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Mario Ciro Ciavarella Aurelio

San Marco in Lamis, sabato 21 settembre 2019 -  I passi dei viandanti si confondono con quelli che ci lavorano,  camminando: fornai, lavandaie, ambulanti, stagnini. Ma soprattutto con i passi svelti, e poi lenti dei postini. I postini hanno un’andatura diversa da tutti gli altri: come toccate e fuga dalla terra. A volte la grattano, e a volte la sorvolano. E spesso si girano, per essere sicuri che il destinatario sia quello giusto. E poi ripartono: a testa bassa, sulle lettere.

Hanno una visione della vita e della gente anomale: numeri e strade. La gente nelle loro menti non esiste, o meglio: è tutta uguale. Come le lettere dell’alfabeto e i numeri. Non hanno sostanza, quando il postino chiama per nome il destinatario di una missiva. Non c’è anima in quelle chiamate. Ma solo quantità anagrafiche, espresse da un lavoratore che espleta il suo servizio per poi essere pagato ogni mese. Come tutti.

 E poi, i nomi delle persone sono sempre quelli. Non ci sono epifanie di gente che possa ricevere alla nascita un nome diverso: anche perché si deve tramandare l’eredità del nome. Altrimenti i defunti nonni e bisnonni  avrebbero da ridire dalle tombe. Nel dubbio meglio non risvegliare il sonno profondo degli avi. Anche i numeri non scherzano: nonostante siano pochi, sono comunque sempre quelli, appena 10. Li puoi ricombinare come vuoi, ma alla fine quelle dieci cifre si ripetono all’infinito.  

 Forse si sono stancati anche loro, i numeri, nessuno che riesca a trovare un modo diverso per dargli vita futura. Solo ricordi di sequenze annoiate per ricordare date, onomastici, compleanni e tutto ciò che serva per non farci dimenticare lo scorrere del tempo. Il tempo compiuto, come pietre che mettono una sommità a parole dette. Come punte di cime spesso violate.

 La signora aspetta che il suo numero di casa e il suo nome vengano strillati (ma sottovoce) dal postino. Aspetta. Come fa sempre. Da sempre. Da quando il marito è andato via da casa. Lontano da lei e da tutto quello che circondava la sua vita: le mura della sua casa e il tanto spazio che è ancora lì fuori e che non prende vita. Ma solo pietre, alberi e terreno incolto. E i passi fatti da gente che spesso si può definire come “materia in movimento”. Non tutti i viventi hanno un’anima. Grave errore della natura che spesso è matrigna, o come minimo è sbadata. E poco incline a elargire ai suoi figli oltre al corpo, un’altra sostanza impalpabile, ma vissuta dal singolo.

 Come tutti i giorni il postino passava anche da quelle parti, dove la signora abita. E i loro sguardi si incrociavano sempre: come un faro che illumina, anche se per poco, qualsiasi nave che abbia a tiro. I fari non ti fissano, ma ti danno un sentore di vita che è lì vicino. Basta continuare a navigare verso quella luce. Allo stesso modo, lo sguardo del postino lascia una scia che viene sempre captata dagli occhi della signora.

 E poi il postino ha un corporatura che potrebbe mettere in soggezione anche un vero faro: alto, non grasso, nemmeno magro, un peso giusto per poter indossare quella divisa e portarsi a tracollo una borsa di pelle con chili di posta. Chili di vite da leggere. Quando di missive non ce ne sono, lo sguardo del postino non si sofferma molto verso chi aspetta notizie nuove, ma cade giù. Lo sguardo del postino cade sulle scarpe, e subito mette la mano dentro la borsa, per cercare altri numeri e leggere altri nomi.

 E si gira velocemente. Così lavorano i postini: con sguardi e passi già programmati dalle loro anime. Sono frazioni di secondo, non secondi. Si girano, danno le spalle alle signore e signori che aspettano novità dal mondo, quello lontano da loro.      

 La signora aveva capito che la destrezza con la quale il postino si è girato, le ha suggerito di non chiedere: nessuna lettera per lei. Bisogna solo rientrare in casa. E aspettare. Domani. E poi un altro domani. Fino a quando lo sguardo di quel lavoratore avrà il coraggio di guardarti negli occhi, e dirti: “Oggi c’è posta!!” E’ arrivata, quella lettera è arrivata. Ne doveva arrivare solo una: non c’era molto da dire tra lei e suo marito. Ma solo che lui era arrivato. Bastava una lettera. Una sola.        

 Il postino la diede alla signora. Non l’aprì in strada, se la portò in casa: non l’aprì subito. La guardò come meglio potesse fare: davanti, dietro, dagli spigoli. Appoggiata sul tavolo, la soppesò, la vide in trasparenza, l’annusò, la benedì con gocce d’acqua. E poi aspettò. Si sedette davanti a lei, e aspettò che uscisse qualche voce lontana: da dove il marito l’aveva scritta. Da qual momento non aveva più fretta, l’importante è che fosse arrivata, tutto il resto non contava: sapeva che il marito era giunto a destinazione e che la sua vita, e quella del consorte potevano cambiare in meglio.  

 Poi l’aprì la busta. Uscì fuori il foglio di carta dove c’era scritta la lettera. Il foglio. C’era il foglio. Era un foglio bianco. Le lettere scritte su quel foglio bianco non c’erano!! Ma solo il foglio bianco dentro la busta. Nessuna lettera scritta su quel foglio completamente bianco. La signora girò e rigirò la busta che conteneva quel foglio candido: l’indirizzo era giusto, la calligrafia era quella di suo marito, il francobollo c’era, spedita da Melbourne, come diceva il timbro postale. La busta era in regola, il foglio, no.

 Le lettere che avevano preso vita su quel foglio non c’erano più. O se ci fossero state erano sparite. Forse morte o non nate, come il pensiero dello scrivente le aveva ideate. Nel tempo le lettere scritte sul foglio erano sparite: i pensieri degli uomini cambiano troppo rapidamente per essere impressi per sempre su un foglio di carta.  

 Durante il viaggio, quella lettera aveva ascoltato i nuovi pensieri che si susseguivano nella mente del marito. E modificarono la missiva: cambiarono le consonanti, le vocali, i periodi grammaticali, le esclamazioni, le imprecazioni, gli interrogativi. Un assurdo puzzle letterario nato dal ripensamento e dalle sensazioni nuove che prendevano vita nella mente dello scrivente.      

 Quel foglio chiuso in quella busta arrivò alla moglie senza nessun pensiero. Nessun grido o sussurro usciva da quel foglio. Nulla. Solo un muro bianco in miniatura. Dove le lettere scritte da tempo persero la loro forza. E la voglia di informare.

 La signora piegò il foglio e lo conservò nella credenza. Ogni giorno andava a rivederlo: sperava che qualcosa che somigliasse a parole scritte, apparissero su quel foglio. Su un foglio di una lettera che forse non è stata mai scritta. Forse.

 

Mario Ciro Ciavarella Aurelio