Mario Ciro Ciavarella Aurelio

San Marco in Lamis, venerdì 1 novembre 2019 -  La porta d’ingresso dell’abitazione di don Bonifacio spesso faceva da porta… da calcio. Meglio, per noi ragazzini “della strada d viccion”, se chiusa con la saracinesca, quando il sacerdote era in chiesa. Quando la saracinesca era alzata, non sia mai rompevamo la vetrina della suddetta porta, i danni erano ingenti: l’ingresso era largo per poter far entrare un’auto. Esattamente una Fiat 600. E tanti anni dopo una Panda.

In pratica quell’ingresso era soprattutto un garage che internamente dava la possibilità a don Fazejin di salire al piano superiore. E a volte la vetrina veniva rotta. Diceva il sacerdote, rimproverandoci: “Il problema non è la vetrina che si rompe che pagherete! Ma è la paura che si prova quando improvvisamente si sente il rumore di un vetrina che va in frantumi”. Ed era vero: il rumore era impressionante!

 E pazientemente facevamo la colletta: 100 lire per ciascun ragazzino e si andava dal vetraio per far sostituire la vetrina rotta con una nuova. Sarà successo non tante volte, ma quando succedeva la prima reazione era la fuga!! Ma poi si riparava il danno.

 Don Bonifacio Cipriani abitava in via Cavour, di fronte alla  “vutatora”, e spesso le donne della strada a noi ragazzini ci raccontavano la storia del sacerdote. Sacrifici e tante prove da superare nella vita: un fratello, una sorella incinta e la madre che morirono in giovane età. Don Bonifacio non ebbe vita facile da sempre. Era un assiduo lettore, non solo conservava quasi tutto quello che leggeva, ma spesso ci invogliava alla lettura soprattutto di riviste religiose come “Famiglia Cristiana” e “Il Messaggero di Sant’Antonio”.

 Quelle letture penso che l’aiutarono non poco a diventare un ottimo oratore: quando si andava alla chiesa Madre è perché la si preferiva soprattutto per le prediche di don Bonifacio, brevi e concise. Spiegava le due letture e poi ci metteva le sue considerazioni personali. Anche la confessione era un’altra sua specialità: per toglierti spesso dall’imbarazzo era lui che chiedeva al “peccatore” se per caso il peccato consisteva in questo o in quell’altro errore, senza entrare nella sfera personale. E a te fedele non rimaneva che rispondere con un sì o con un no. La confessione diventava quasi un momento terapeutico per far pace con sé stessi prima, e con gli altri dopo.

 Ho un ricordo un po’ vago su un episodio molto particolare che ha interessato la vita di don Bonifacio, però penso attendibile: un qualcosa che somiglia ad un miracolo. Don Bonifacio raccontava che dopo un incidente che non ricordo di quale natura, una notte sognò i Santi Medici. Al risveglio quel problema non ricordo bene se scomparve completamente oppure si ridimensionò e non di poco. E dopo questo episodio il sacerdote ideò la famosa gita che molti di noi ragazzini facemmo negli anni ’70, che comprendeva come mete prima di tutto Bitonto al santuario dei Santi Medici, per poi proseguire per Alberobello, grotte di Castellana e la Fiera del Levante a Bari.   

 Questa gita personalmente l’avrò fatta 5-6 volte, don Bonifacio era un ottimo organizzatore aiutato dalla collaboratrice della chiesa Madre, Bettinella. All’epoca quando si andava in gita non si mangiava nei ristoranti come si usa adesso, ma nella “Casa del Pellegrino”, ampi saloni arredati unicamente con lunghe tavolate, dove i partecipanti potevano consumare i pasti portati da casa. E don Bonifacio che organizzava il tutto, spesso riuniva più nuclei famigliari in modo che si condivideva quello che si aveva in modo più fraterno.  

 Un episodio molto particolare è quello in cui, sempre da ragazzino, insieme ad altri amici della nostra strada, don Bonifacio una volta ci fece scendere nel sotterraneo della chiesa Madre. Quello che si trova al centro del corridoio, non so se attualmente è ancora accessibile, ma molti anni fa lo era, e scendendo ci ritrovammo in uno spazio non molto ampio, il sacerdote ci spiegò che lì sotto venivano sotterrati i sacerdoti. Da come ricordo l’episodio, la sistemazione di quei defunti non veniva fatta in senso orizzontale, ma verticale: le salme dei sacerdoti venivano sistemate  sedute, in spazi adatti ricavati per lo scopo.    

 Sempre in quell’occasione ci raccontò la storia della chiesa Madre e le varie trasformazioni avvenute nel tempo, e ci disse che in quel posto era conservata una croce di valore inestimabile, non ricordo se ce la fece vedere.

 Don Bonifacio senza dubbio è stato un uomo di fede. Di quelli che difficilmente si trovano nella società odierna. Le sofferenze provate nella  vita ci fanno capire, diceva il prete, che non può esserci un’ingiustizia così forte. E alla fine i conti torneranno per tutti. Per sofferenti e non…

 

 

Mario Ciro Ciavarella Aurelio