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Mario Ciro Ciavarella Aurelio

San Marco in Lamis, sabato 19 settembre 2020 -  Tanto tempo fa, quando c’erano soprattutto le elezioni comunali come dio comanda! I candidati li riconoscevi da lontano poiché indossavano tutti il vestito (presumibilmente quello della cresima), rasati e con il borsello di “vera finta pelle” a tracolla, dal quale uscivano di fuori, decine di bigliettini elettorali con il nome e soprattutto il numero del candidato da votare. 

 È come se durante quel mese che precedeva le elezioni, nei candidati, subentrava uno stato emotivo senza precedenti, che cambiava la personalità dei concorrenti al seggio. Il cervello del candidato si trasforma, si altera, è come se quella candidatura fosse un’iniezione di doping: coscienza alterata.

  Questa nuova vita per tutti i candidati dura più o meno un mese: quanto la campagna elettorale. Dopo, tutto ritorna come prima: via il vestito nuovo o della cresima ricevuta da pochi anni, via i sorrisi, l’ammalato visitato in precedenza magari è morto (“e chi se ne frega”!), partecipare alle processioni ormai è inutile, e ci si accorge che anche i parenti visitati in precedenza sono troppi.

 La campagna elettorale, quindi, come vita parallela e virtuale a quella reale. Una specie di Second Life politica: dove l’avatar del candidato si è mosso per un mese al posto suo. Tutti dovremmo candidarci almeno una volta ad un’elezione, per meglio capire perché non bisogna farlo una seconda volta (?!)

 Per me, e penso anche per tanti altri, questo fatidico e simpatico periodo pre-elettorale, era, tempo fa, uno dei momenti più movimentati per un piccolo paese come il nostro, durante il quale succedeva di tutto e di più.  Addirittura un anno, lontano lontano, un partito sammarchese ebbe dei voti anche dai… defunti. Misteri dell’aldilà! 

 Era bello vedere, all’epoca, i volantini dei candidati, con la stessa disposizione delle lapidi nei cimiteri: sulla sinistra del volantino la foto a mezzobusto con tanto di vestito e cravatta (simil-caro estinto); sulla destra del volantino il simbolo del partito (come se fosse un mazzo di fiori); nella parte centrale il nome e cognome del candidato e sotto un breve slogan o le tante lauree ottenute, che ricorda di “cimiteria memoria” la frase: “una prece”. E siccome i volantini erano in bianco e nero, il funerale era servito.

 Si sente molta nostalgia delle campagne elettorali pre-tangentopoli, quando la geografia politica italiana aveva un assetto ben preciso: potevi essere “ghianch”, “rusc” o “nir”. Ma da troppi anni non è più così.

 Adesso devi scegliere di quale coalizione vuoi far parte, e se appartieni ad un partito, non è per sempre: puoi sempre trovarti un partito come “amante”, per poi ritornare al partito di provenienza o verso altri partiti per te ancora “vergini” (mah).

 Ricordo che nel 1979 (anno più, anno meno), ci fu uno sporadico episodio di passaggio alla parte opposta politica: un esponente storico locale della DC passò al PCI e ci restò per sempre. Uno scandalo peggiore di quello di chiedere tangenti. Ma in quel caso non fu un passaggio all’altra sponda politica fatto per interesse, ma era una decisione presa con coscienza! Bravo. (Applausi, grazie!)

 A proposito di coerenza, vorrei ricordare un altro “pezzo grosso” della sinistra sammarchese, mancato ormai da anni. Il quale in vista delle elezioni comunali, provvisto della lista dei candidati del suo partito, si posizionava davanti al portone di palazzo badiale fin dalle prime luci dell’alba del primo giorno utile per la presentazione della lista dei candidati.

 Il suddetto signore, si accampava “sop lu tron” e aspettava che il primo impiegato comunale aprisse il portone per poter dire: “Lu partit nostr è lu nnummer jun!” Questo rito, perché di questo si trattava, lo fece da sempre e fino a pochi mesi dalla sua scomparsa. In campo sportivo si direbbe “grande attaccamento alla maglia”.

 Attaccamenti, di questo spessore, da troppo tempo non ce ne sono più. Anzi, nella politica odierna potremmo parlare di “staccamento alla maglia”: troppi sono i “cervelli politici in fuga” da un partito all’altro. Definiamoli cervelli (abbondiamo), anche se la maggior parte sono costituti da pochi neuroni che si trovano lì per caso…     

 Ricordo, fino a quasi trent’anni fa, che quando c’erano i pubblici comizi in corso Matteotti, era un vero spettacolo, soprattutto la serata finale: tutti i partiti chiudevano la campagna elettorale con il comizio “scenografico”: decine di bandiere e centinaia di sostenitori che erano presenti sotto al palco e che applaudivano l’oratore ogni 30 secondi. In corso Matteotti c’erano tutte le sezioni dei partiti: DC, PCI, MSI, PSI, PSDI, e sporadicamente apparivano anche i Liberali e i Proletari, e ancor più raramente c’erano il partito della “Tromba” e quello di Garibaldi (un bel mezzobusto dell’eroe di rosso vestito all’interno di una stella gialla).

 La serata finale prima delle elezioni, quasi tutto il paese si riuniva in poche centinaia di metri, e si spostava da un punto all’altro del corso per seguire le ultime battute (in tutti i sensi) dei candidati. Se non ricordo male, quelli che chiudevano la serata degli appelli finali, erano sempre i “compagni” (all’epoca PCI).

 Verso mezzanotte, alla fine del comizio, si elevava ad alto volume il loro inno: “Avanti oh popolo, alla riscossa, bandiera rossa, trionferà!”. E rispondevano i democristiani con il loro altoparlante grigio, gracchiante: “Oh bianco fiore, simbolo d’amore…”

 E quando un ragazzo, scherzando, passava davanti alla sezione del PCI in corso Matteotti, salendo alcuni gradini nel portone, gridava: “Abbascia lu nnummer jun”. Subito c’era la risposta di qualche “bolscevico” locale: “Lu nnummer jun t va’ ‘ncul, ha capit o no?”. Grande momento di cultura politica locale!!!   

 All’epoca pochissimi candidati potevano permettersi il lusso di farsi stampare i volantini elettorali a colori; tutti gli altri, armati di carta e penna ti presentavano la “combinazione vincente” con quattro numeri da scrivere: si potevano votare fino a quattro candidati scrivendo il numero relativo. 

 E quando degli elettori… quasi-vivi, venivano portati su delle sedie (non a rotelle) all’interno dei seggi elettorali per farli votare, e con la bombola d’ossigeno alla bocca, gli mettevano la penna in mano e il delegato guidava la mano dell’infermo a scrivere il numero giusto del candidato scelto… da chi?? Dal moribondo o dall’accompagnatore?? Non lo sapemmo mai!!

 E quando qualche analfabeta per far capire le sue intenzioni di voto invece di scrivere (non lo sapeva fare) fischiettava l’inno del partito, per far capire al presidente di seggio di quale fede politica facesse parte.

 Ma l’abbozzo musicale non era sufficiente per poter votare e il malcapitato elettore veniva accompagnato fuori dal seggio elettorale dai Carabinieri, mentre lui continuava a fischiare il motivetto politico incomprensibile!!!???

 Anche volendo, adesso non sappiamo nemmeno più quali sono gli inni ufficiali dei partiti o movimenti. Evidentemente il tempo dei canti è finito. Ci hanno tolto anche quello. Non ci rimane che aspettare e decidere chi votare non per le prossime elezioni, ma per… le successive.

 (Conviene portarsi avanti con il lavoro…) 

 

 

                                                         Mario Ciro Ciavarella Aurelio