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Antonio Del Vecchio

San Marco in Lamis, venerdì 6 novembre 2020 -  Quello di Paratore, carabiniere in congedo di Locorotondo (classe 1929), di cui si dirà, si coniuga bene con il ricordo di un altro testimone e protagonista, ucciso dalla solitudine tanti anni fa. Il riferimento è a Matteo Tancredi, 94 anni, ritrovato cadavere una mattina nella sua abitazione ubicata nella centralissima Via della Repubblica, a San Marco in Lamis. E questo dopo venti giorni dal decesso. Si tratta di un maresciallo dell’Aeronautica in pensione. Un uomo pio e buono, che viveva ormai da tempo di ricordi, per via della sua lunga e ricca esperienza di emozioni vissuta nell’arma che lui amava tanto.

Quando lo si incontrava per strada era sempre il primo a salutare e, poi, si metteva volentieri a discorrere del suo passato. Qualche volta ti invitava a visitare la sua casa, costituita da due piani: al primo un garage, dove rimetteva la sua auto quando era ancora attivo; al secondo due piccole stanze con servizi. Celibe, badava a se stesso con perfetta autonomia, rifiutando orgogliosamente l’aiuto di chicchessia. Ci teneva tanto ai gradi e alla vita militare, non tanto per vanto di carriera, quanto per amore del suo vissuto.

Al congedo ebbe l’encomio e il grado onorifico di tenente. Quel triste giorno, a dare l’allarme, erano stati i vicini di casa, vivamente preoccupati per la sua prolungata assenza dalla vita quotidiana. Sul posto intervennero i Carabinieri e i Vigili Urbani di San Marco in Lamis. Le forze dell’ordine dopo aver forzato il portone d’ingresso si trovarono di fronte la macabra scoperta. L’esame del cadavere da parte del medico legale parlò di venti giorni, ma avrebbero potuto essere anche di più. Sta qui il grosso dispiacere di quanti, nonostante fosse un uomo senza famiglia diretta, gli volevano molto bene. In paese era conosciuto da tutti e benvoluto anche dai parenti lontani, per lo più cugini in primo grado.

Si era conquistato una discreta ‘celebrità’ il 7 settembre del 1951, come si racconta in un ex-voto conservato nel vicino Convento di San Matteo.

Quel giorno Tancredi, sergente maggiore motorista dell’Aeronautica Militare, era a bordo di un velivolo ad elica pilotato dal tenente Bruno Mario. A quanto si evince da una vecchia foto sul tema, si tratterebbe di un biposto Macchi M. 416 di addestramento, or ora uscito dalla fabbrica. Erano da poco decollati dal vicino aeroporto militare di Amendola, stavano sorvolando i cieli di San Marco in Lamis, allorché l’aereo all’improvviso iniziò a perdere quota e in un baleno si accosciò sulla costa della montagna, a ridosso della strada panoramica che si congiunge alla SS. 272, alias Via Sacra Langobardorum. Entrambi ebbero salva la vita. Sta qui la gratitudine e l’offerta del voto a San Matteo.

Sulla vicenda abbiamo ora la testimonianza diretta di Rosario Paratore (classe 1929), carabiniere in pensione, residente a Locorotondo. A quel tempo egli, di stanza presso l’antica caserma della città (una struttura con cortile, ubicata a Porta San Severo) proveniva, a bordo della motocicletta di servizio assieme al guidatore, da San Giovanni Rotondo, quando all’altezza del Convento di San Matteo, attirati dal rombo di un aereo e rivolti gli occhi al cielo, all’improvviso videro  il veivolo dapprima sbandare e poi, dopo aver tentato inutilmente un atterraggio di fortuna sulla strada belvedere, piantarsi sul pendio in un fossato, scavato  da un cantiere di lavori forestali.  Si stavano piantando dei pini.

A spron battuto e con un po’ di fatica, data la ripida salita, i due carabinieri si avvicinarono al luogo dell’incidente e videro sul posto il padre guardiano di San Matteo (di certo si trattava di Padre Leonardo Iannacci da Rignano Garganico, responsabile della struttura fin dal 1946 e riconfermato nel 1949), affaccendato con gli altri intervenuti e curiosi al soccorso e nel contempo a ricostruire mentalmente l’episodio definito da tutti miracoloso, perché per la prima volta i due occupanti si erano salvati e il mezzo pure, nonostante avesse la punta dell’ala destra fracassata per via dell’inciampo, dovuto al filo della linea telefonica e il vano motore squarciato, da dove fuorusciva carburante e forse anche olio.

Per prima cosa, notarono che l’anzidetto motorista era intento a liberare il pilota dai legacci del sedile. Dopo pochi minuti, i due occupanti, più che feriti, letteralmente scioccati, furono prelevati e portati giù in paese, all’ospedale di Corso Giannone. Lo erano, per via dell’eventuale addebito del costo del mezzo alla loro imperizia. “Pensate – soggiunge durante la telefonata Paratore - che il velivolo costava circa 34 milioni di lire”. Una preoccupazione che accompagnò entrambi sino alla fine dell’indagine, che definì l’episodio una pura casualità, dovuta all’orografia dei luoghi e non all’uomo.

Decisiva fu la testimonianza-constatazione dei CC. Sulla vicenda umana e di carriera di Tancredi, ora un collega di lui in pensione, di pari grado, avendolo intervistato quando era ancora in vita, si dice pronto a scrivere un libro sul suo trascorso militare, semmai corredato da cimeli fotografici e testimonianze scritte di particolare valore cronachistico e storico. Un seguito, che si spera possa venire alla luce quanto prima. Intanto, del nostro maresciallo capo Tancredi il ricordo rimane ancora vivo, specie tra coloro che hanno avuto modo di conoscere ed apprezzare la sua umile ed interessante esperienza umana.

N.B. Foto di aereo per addestramento biposto “M. Macchi M. 416” estrapolata dal Web