di Michele Centola

San Marco in Lamis, martedì 15 luglio 2025 - Ogni giorno, quando passo davanti alla vecchia scuola Balilla nel centro del nostro paese, mi fermo sempre qualche secondo a guardare quell'orologio. Le sue lancette sono ferme da anni, bloccate in un momento indefinito che sembra cristallizzare il tempo. Eppure, ogni giorno a mezzogiorno in punto,  c'e il suono della sirena che scandisce le ore 12:00. È un suono che accompagna la vita di noi sammarchesi da decenni, un appuntamento quotidiano che non manca mai. 

Ho sempre pensato che quell'orologio sia molto più di un semplice segnatempo. Installato negli anni Trenta del secolo scorso, era destinato a scandire non solo le ore delle lezioni, ma anche i ritmi dell'educazione fascista che permeava ogni aspetto della vita scolastica di allora. La sua presenza sulla facciata dell'edificio non era casuale: doveva rappresentare la precisione, l'ordine e la disciplina che il regime voleva instillare nelle giovani generazioni sammarchesi. La nostra scuola Balilla, come molte altre sparse per l'Italia, era concepita come un laboratorio di formazione ideologica. Qui, tra le mura che ancora oggi attraversiamo ogni giorno, generazioni di bambini del nostro paese hanno vissuto la loro infanzia in un contesto storico che oggi possiamo osservare con il distacco critico che solo il tempo può concedere. 

Quando ho iniziato a interessarmi alla storia di questo orologio, sono andato a parlare con gli anziani del paese.  Quell'orologio non segnava solo il tempo, ma anche la disciplina che dovevamo rispettare. Era diverso allora, tutto era diverso. I bambini lo guardavano con rispetto misto a timore, perché quel gesto rappresentava la continuità dell'ordine che non doveva mai interrompersi. Noi ragazzi li aspettavamo per sapere quando era ora di tornare a casa per il pranzo." Quello che mi affascina di più, e che continua a essere un mistero per tutti noi sammarchesi, è come quell'orologio riesca ancora a suonare ogni giorno a mezzogiorno. Le lancette sono ferme da anni, eppure puntualmente arriva il suono che scandisce la mezza giornata. 

Alcuni di noi sostengono che sia un sistema indipendente dal movimento delle lancette, altri parlano di un meccanismo di suoneria alimentato da una fonte energetica autonoma. La verità è che questo fenomeno ha trasformato l'orologio in qualcosa di quasi magico agli occhi di noi sammarchesi. Io stesso, quando lavoro in redazione e sento quel suono attraverso la finestra, mi fermo sempre un attimo. È come se quell'orologio, pur non funzionando visibilmente, continuasse a onorare puntualmente l'appuntamento con la nostra memoria collettiva. 

Come sammarchesi, ci troviamo spesso a riflettere su che cosa rappresenti davvero questo orologio per la nostra comunità. Non si tratta di nostalgia o di rimpianto, ma di consapevolezza storica. Quell'orologio è diventato, suo malgrado, un monumento alla memoria del nostro paese, un promemoria di come le ideologie possano permeare anche gli oggetti più quotidiani. La conservazione di questo orologio solleva questioni profonde sul nostro rapporto con il passato. Come comunità sammarchese, come dobbiamo relazionarci con i testimoni materiali di periodi storici controversi? La risposta non è semplice, ma forse proprio in questa complessità risiede il valore educativo di questi manufatti per il nostro paese. 

Quello che ho notato negli anni è come questo orologio sia diventato un punto di riferimento per diverse generazioni di sammarchesi. I nonni che lo videro funzionare negli anni della loro giovinezza, i figli che ne hanno sentito parlare attraverso i racconti familiari, i nipoti che oggi lo osservano con curiosità storica quando passano per andare a scuola.  Come sammarchesi, abbiamo la responsabilità di preservare questo patrimonio storico senza cadere nelle trappole della mitizzazione o della demonizzazione. Il nostro orologio della Scuola Balilla, con il suo mistero quotidiano deve essere compreso nel suo contesto, studiato, spiegato alle nuove generazioni come parte di un percorso di crescita democratica che ha saputo superare quegli anni bui. Il fatto che continui a suonare, nonostante le lancette ferme, aggiunge un elemento di suggestione che non passa inosservato a noi sammarchesi. Molti di noi hanno fatto di quell'appuntamento quotidiano un momento di riflessione, un richiamo alla memoria che arriva puntuale ogni giorno.

San Marco in Lamis, con questo suo piccolo ma significativo tesoro storico, ha l'opportunità di diventare un esempio di come una comunità possa affrontare con maturità il proprio passato, trasformando un oggetto del regime in uno strumento di educazione civica e democratica.  L'orologio non segna più il tempo con le sue lancette, ma continua a battere il tempo della memoria, scandendo ora i ritmi della nostra San Marco in Lamis libera e democratica, consapevole della propria storia e determinata a non ripetere gli errori del passato.

In questo nuovo ruolo, forse, ha trovato la sua missione più nobile: essere custode non dell'ideologia, ma della memoria e della consapevolezza storica della nostra comunità sammarchese. Ogni volta che sento quel suono, penso a quanto sia importante per noi non dimenticare, non per rimanere legati al passato, ma per costruire un futuro migliore. Ogni rintocco di mezzogiorno di quell'orologio dalle lancette ferme è per noi sammarchesi un invito alla riflessione, un richiamo quotidiano a mantenere viva la memoria perché la storia, come ben sappiamo, è la migliore maestra per il futuro del nostro paese. Un mistero meccanico che, forse, custodisce il segreto più profondo del tempo: quello di continuare a parlare alla nostra comunità anche quando sembra essersi fermato.

 

di Michele Centola 

direttore sanmarcoinlamis.org