Antonio Del Vecchio

San Marco in Lamis, martedì 19 agosto 2025 - Il torrente Jana prende nome dal latino Janua, che significa porta e talvolta anche Jano, il Dio Giano della mitologia greco-latina, a seconda dei casi. Così abbiamo, tra l’altro, Stignano, Rignano, Cagnano e altri.  Nel nostro caso esso dà nome al corso d’acqua che nasce a Montenero e dintorni, alture sopra San Matteo. Quindi si incanala e scende giù nella vallata e poi raggiunge l’abitato di San Marco in Lamis, attraversandolo ‘in coperto’ fino a Porta San Severo. Fino a pochi decenni fa, esso raccoglieva anche l’acqua residua dei due versanti della vallata, Starale e Casarinelli. ‘Residua’, perché in gran parte la stessa era trattenuta dagli inghiottitoi carsici, in seguito ostruitosi a causa dell’espansione urbanistica e dalle colate di cemento. 

Da qui gli allagamenti continui della città, in seguito alle alluvioni, come quella del Settembre 1982, allorché l’acqua irruppe in ogni dove da Via La Piscopia, Via Lungo Jana, a Via Rosselli. Qui, addirittura per via dell’otturazione delle aperture laterali di accesso l’acqua si insinuò nelle abitazioni, trascinando e distruggendo ogni oggetto. Fortunatamente non ci furono feriti, ma si concentrarono subito le idee su come impedire che ciò si ripetesse nel corso del tempo. Poi c’erano i tanti problemi igienici per via delle condotte abusive che qui confluivano favorendo i cattivi odori e la moltiplicazione di topi di qualsiasi dimensione e genere. Spesso, insorse al riguardo il giornalista parlamentare Michele Guerrieri che aveva l’abitazione della madre e sua proprio dirimpetto al canalone all’altezza della Villa Comunale. Comunque sia, furono redatti appositi progetti di recupero, che interessarono sia la parte scoperta dal monte in giù, sia la parte coperta che scorreva sotto la città.

I progetti usufruirono di consistenti finanziamenti pubblici regionali e soprattutto dell’allora fiorente Comunità Montana del Gargano (Ente democratico abolito per far posto all’Ente Parco, messo su a livello ministeriale).  L’Ente montano vi concentro nel primo stralcio la bellezza di tre miliardi delle vecchie lire, su sollecitazione dell’allora assessore ai Lavori Pubblici dell’Ente, Antonio Del Vecchio, giornalista de La Gazzetta del Mezzogiorno e bibliotecario regionale, sostenuta dai colleghi Ciro Leggieri (assessore all’agricoltura) e dal compianto Nino Grana (assessore al turismo. Inoltre, il tutto ebbe il beneplacito del Presidente, il medico Giuseppe Santoro e dell’attivo assessore al bilancio, Nicola Di Rodi. L’approvazione fu condivisa dalla maggioranza di sinistra. Per quanto riguarda San Marco – Rignano, il voto fu unanime, comprendendo anche l’opposizione della DC. Ovviamente per il raggiungimento di questo obiettivo, lavorarono sono anche l’Amministrazione locale, guidata all’epoca dal sindaco, Raffaele Fino, prima, e poi da Giuseppe Soccio.

Nel giro di qualche anno i lavori, eseguiti a regola d’arte dalla ditta Florio Floriano e la sua équipe tecnica, guidata dall’ingegnere Antonio Urbano di San Giovanni Rotondo, che gestiva la rete fognaria del territorio, furono conclusi. Così si ebbe una sorta di galleria di dimensione quasi autostradale, che incamiciò la rete fognaria, e raccolse le acque bianche, impedendo ogni ulteriore ostruzione.   Fuori dall’abitato verso San Severo, l’acqua continuò a scorrere a cielo aperto, mentre la rete fognaria dapprima si avvalse di un depuratore prossimo al paese e poi spostato nelle vicinanze dell’ex- Stazione Ferroviaria. Il torrente in menzione, oltre a dare vita al nome di Via Lungo Jana, caratterizzò la storia della città nel corso dei secoli, a cominciare dal primo nucleo abitato sorto nella Padula, o meglio palude, per effetto della stagnazione per lungo tempo delle sue acque. E questo ad opera dei pastori che qui si raccolsero per abbeverare uomini ed animali.

Da qui anche il nome Lamis che significa, appunto, palude. In seguito l’acqua fu incanalata e da entrambi i lati furono costruite le case per i suoi abitanti, che crebbero a dismisura, specie nel corso degli ultimi due secoli, dando alla città l’attuale fisionomia urbanistica. In gergo si chiamò il corso d’acqua “Canalone” e nella parte centrale, per passare da una parte all’altra di esso fu costruito un ponte per l’attraversamento di uomini e di mezzi. Non a caso la strada, oggi Via Roma, fu chiamata “La strada del ponte” (traduzione in italiano). Nel mentre il nome di “canalone” fu dato scherzosamente all’intero corso d’acqua, forse per via della somiglianza ‘linguistica’ col “Canal Grande” di Venezia. Siffatta similitudine è confermata pure dal ritrovamento di due campane, che ora campeggiano, sulla centralissima Chiesa della “Madonna delle Grazie”. Su una di esse campeggia, infatti, la scritta “Manfredinus me fecit”, ossia Manfredino mi costruì, ossia è l’autore. Quest’ultimo operò nell’ideazione artistiche di campane nel 300 ed era un Veneziano. Al riguardo, ora le medesime campane, sono state inserite tra le sei ritrovate in un apposito Catalogo messo su da uno studioso deell’Università “Ca Foscari”, venuto appositamente in città in tempi più recenti.