Michele Centola ©redazione
San Marco in Lamis, giovedì 12 febbraio 2026 - Nel cuore del Gargano, dove le montagne abbracciano antiche storie di devozione e spiritualità, si snoda un percorso millenario che unisce terra e cielo: il Cammino Micaelico. Questo itinerario sacro, che da secoli vede migliaia di pellegrini incamminarsi verso la Grotta di San Michele a Monte Sant'Angelo, trova in San Marco in Lamis una tappa fondamentale, un punto di sosta che racchiude in sé secoli di tradizione, accoglienza e fede. La storia del Cammino Micaelico affonda le proprie radici nei primi secoli del Medioevo, quando i Longobardi iniziarono a venerare l'Arcangelo Michele dopo le apparizioni avvenute sul Gargano nel 492.
Da allora, schiere di fedeli provenienti da tutta Europa hanno percorso questi sentieri aspri e suggestivi, spinti dalla devozione verso il Principe degli Angeli. L'itinerario seguiva quella che venne chiamata la "Via Sacra Langobardorum", antesignana dell'attuale Via Francigena del Sud. San Marco in Lamis divenne naturalmente un crocevia obbligato per questi viaggiatori della fede. Il borgo stesso deve la propria esistenza all'afflusso continuo di pellegrini: la cittadina nacque e si sviluppò intorno all'XI secolo proprio grazie al monastero che offriva riparo e ristoro ai camminatori diretti verso il santuario micaelico. A circa tre chilometri dall'abitato di San Marco in Lamis, adagiato sulle pendici del Monte Celano e circondato da una vegetazione rigogliosa di carpini e frassini, sorge il maestoso Santuario di San Matteo Apostolo.
Questo complesso monastico rappresenta il cuore pulsante del pellegrinaggio nella zona, un luogo dove spiritualità, storia e natura si fondono in un'esperienza unica. L'edificio originario venne fondato probabilmente tra il V e il VI secolo, in epoca longobarda, con il nome di San Giovanni in Lamis. La sua posizione strategica non era casuale: si trovava esattamente a un giorno di cammino dalla Grotta dell'Arcangelo, rendendolo il rifugio ideale per i pellegrini che necessitavano di riposo prima dell'ultima tappa del loro viaggio. Intorno all'anno Mille, il monastero era già divenuto un importante centro benedettino, il cui feudo si estendeva su gran parte del territorio garganico e su alcune aree del Tavoliere. La potenza e l'influenza di questa abbazia furono tali da favorire la nascita e lo sviluppo dei due borghi di San Marco in Lamis e San Giovanni Rotondo. Nel corso dei secoli, il convento passò attraverso diverse mani: dai Benedettini ai Cistercensi nel 1311, fino ad arrivare ai Frati Minori Osservanti nel 1578.
Fu proprio durante il periodo francescano che avvenne un evento che avrebbe cambiato per sempre l'identità del luogo: l'arrivo di una preziosa reliquia, un dente molare attribuito all'apostolo ed evangelista Matteo, proveniente dalla cattedrale di Salerno. Questa reliquia accese una devozione straordinaria in tutta la Capitanata. San Matteo iniziò ad essere invocato soprattutto dalle popolazioni rurali, particolarmente dagli agricoltori e dai pastori, che lo consideravano protettore contro le malattie degli animali domestici. L'olio della lampada che ardeva nel suo sacello veniva considerato miracoloso, utilizzato con fede particolare contro i morsi di cani rabbiosi e altri incidenti legati al mondo contadino. Tale fu la potenza di questa devozione che il nome stesso del monastero cambiò nella memoria popolare: da San Giovanni in Lamis divenne semplicemente il Convento di San Matteo, appellativo che ha resistito fino ai giorni nostri, pur rimanendo ufficialmente intitolato a San Giovanni. San Marco in Lamis non è solo un luogo di passaggio, ma anche la patria di una delle più antiche e numerose compagnie di pellegrini ancora attive.
La Compagnia di San Marco in Lamis rappresenta una delle realtà più significative dell'intero panorama devozionale micaelico, con oltre cinquecento membri che ogni anno rinnovano l'antico rito del pellegrinaggio a piedi. Il loro cammino si articola in tre momenti intensi, carichi di simbolismo e spiritualità. Parte il lunedì successivo all'ottava di San Michele, quando all'alba i pellegrini lasciano San Marco in Lamis per dirigersi al convento di San Matteo, dove ricevono la benedizione con l'olio santo. Da lì proseguono verso Campolato, dove fanno sosta per il pranzo, prima di riprendere il cammino verso Carbonara. Ma il momento più toccante è forse quello che avviene durante la salita finale verso Monte Sant'Angelo. I pellegrini praticano l'antico rito del perdono o della penitenza: ciascuno raccoglie lungo il sentiero una pietra, simbolo dei propri peccati, e la porta con sé durante tutta la salita. Una volta giunti sulla vetta, ogni camminatore getta la pietra alle spalle, in un gesto liberatorio che rappresenta il distacco dal peccato e la rinascita spirituale. L'arrivo a Monte Sant'Angelo è accolto dal suono festoso delle campane. I pellegrini scendono nella Grotta cantando inni popolari in onore dell'Arcangelo, in un'atmosfera che unisce commozione e gioia collettiva.
Oltre al tradizionale pellegrinaggio di maggio, San Marco in Lamis è protagonista di un altro straordinario evento: il cammino notturno tra il 28 e il 29 settembre, in occasione della festa liturgica di San Michele Arcangelo. Questa marcia, che si svolge sotto il manto stellato e spesso al chiarore della luna, rappresenta un'esperienza spirituale particolarmente intensa. Migliaia di pellegrini, guidati dalla fede e dalla forza della comunità, partono nella tarda serata del 28 settembre da San Marco in Lamis, attraversando le aspre montagne del Gargano con qualsiasi condizione meteorologica. L'obiettivo è raggiungere Monte Sant'Angelo la mattina successiva per partecipare alle celebrazioni solenni presso la basilica dell'Arcangelo. Questo pellegrinaggio è molto più di una semplice camminata: è un atto di devozione che si tramanda di generazione in generazione, un'espressione tangibile della spiritualità popolare che resiste al tempo e alle trasformazioni della società moderna. I partecipanti indossano casacche con fasce catarifrangenti, portano torce elettriche e zaini con provviste essenziali, ma soprattutto portano nel cuore la volontà di compiere un viaggio che è allo stesso tempo fisico e interiore.
Il percorso, che copre circa ventidue chilometri su strada asfaltata e alcune scorciatoie naturali, prevede un dislivello significativo di circa 800 metri. Le tenebre della notte rappresentano simbolicamente le difficoltà e i peccati da cui ci si allontana, mentre la luce dell'alba che accoglie i pellegrini sul monte simboleggia la rinascita e la speranza. Il Santuario di San Matteo non è solo un luogo di culto, ma anche un importante centro culturale. All'interno del convento trova sede la Biblioteca Francescana Provinciale "P. Antonio Fania", riconosciuta di eccezionale interesse culturale, che custodisce oltre settantamila volumi. Il fondo antico comprende tesori bibliografici di inestimabile valore: dieci incunaboli, duecento cinquecentine e circa mille seicentine, testimonianza dell'importanza culturale che questo luogo ha rivestito nei secoli. Il complesso ospita inoltre un museo che conserva più di seicento ex voto, piccole tavolette dipinte che narrano storie di grazie ricevute, disgrazie scampate e preghiere esaudite. Questi oggetti rappresentano la testimonianza più autentica della fede popolare: vi sono raffigurati morsi di animali, incidenti nei campi, esplosioni di armi, bombardamenti, malattie guarite e persino un cartoncino disegnato a mano che ringrazia il santo per il superamento di un esame universitario di medicina.
L'attività di accoglienza dei pellegrini si arricchisce di riti particolari, profondamente radicati nella cultura contadina del Gargano. Oltre alla benedizione con l'olio di San Matteo, che viene praticata ungendo la fronte dei fedeli, in passato era consuetudine condurre al santuario anche gli animali domestici, il bestiame e gli attrezzi agricoli per benedirli e proteggerli da malattie ed epidemie. Negli ultimi anni, l'interesse per i cammini di fede ha conosciuto una straordinaria rinascita. Il Cammino Micaelico, che collega idealmente la Sacra di San Michele in Val di Susa al Santuario di Monte Sant'Angelo, attraversando sette regioni italiane (Piemonte, Lombardia, Emilia, Toscana, Lazio, Molise e Puglia), è diventato parte di un più ampio progetto di valorizzazione degli itinerari culturali europei. La tratta che interessa San Marco in Lamis si inserisce nella Via Micaelica o Via dell'Angelo, che collega Roma a Monte Sant'Angelo per un totale di 381 chilometri. Questo percorso ricalca gli antichi tracciati descritti nel XII secolo dall'abate islandese Nikulas di Munkathvera, che nel suo viaggio verso Roma e Gerusalemme annotò con precisione le tappe da Frascati fino alla Puglia. Il convento di San Matteo, inserito nel Parco Nazionale del Gargano, rappresenta oggi un punto di riferimento non solo per i pellegrini tradizionali, ma anche per camminatori e turisti spirituali che cercano un'esperienza autentica di contatto con la natura e la storia. La vicinanza al Santuario di San Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo ha ulteriormente aumentato l'afflusso di visitatori, che spesso combinano la visita ai due luoghi sacri.
Percorrere il Cammino Micaelico attraverso San Marco in Lamis significa immergersi in un'esperienza che va oltre il semplice turismo religioso. È un viaggio attraverso paesaggi mozzafiato, dove i boschi di carpini e frassini cedono il passo a panorami che abbracciano l'intero Gargano. È un percorso che invita alla riflessione, al silenzio, alla preghiera, ma anche all'incontro e alla condivisione con gli altri pellegrini. Il valore di questa tradizione risiede nella sua capacità di attraversare i secoli mantenendo intatta la propria essenza. Nonostante i cambiamenti della società moderna, migliaia di persone continuano ogni anno a mettersi in cammino, a sfidare la fatica fisica, a dedicare giorni al pellegrinaggio. Non si tratta di nostalgia del passato, ma di una ricerca profonda di senso, di spiritualità, di connessione con qualcosa di più grande. In un'epoca caratterizzata dalla velocità e dalla superficialità, il Cammino Micaelico offre l'opportunità di rallentare, di misurare il tempo con i propri passi, di riscoprire il valore del cammino come metafora della vita stessa. Ogni chilometro percorso diventa un momento di crescita interiore, ogni sosta un'occasione per fermarsi e ascoltare, ogni arrivo una piccola rinascita. San Marco in Lamis, con il suo Santuario di San Matteo che da secoli veglia sulla valle, continua ad essere un faro per i pellegrini, un luogo dove la stanchezza del corpo trova ristoro e dove lo spirito può rigenerarsi prima di affrontare l'ultima tappa verso la Grotta dell'Arcangelo.
Michele Centola
Direttore sanmarcoinlamis.org
