Michele Centola ©redazione.org

San Marco in Lamis, mercoledì 4 marzo 2026 -  C’è un paradosso silenzioso che si consuma negli sportelli comunali di mezza Italia, lontano dai riflettori del dibattito politico ma vicinissimo alla vita quotidiana dei cittadini. Riguarda uno degli atti amministrativi più elementari che uno Stato possa garantire ai propri cittadini, il documento d’identità. E riguarda una domanda che in molti, ormai, si pongono con crescente frustrazione. Come è possibile che la digitalizzazione, pensata per rendere tutto più rapido, efficiente e accessibile, abbia finito invece per allungare i tempi, moltiplicare gli ostacoli e trasformare una semplice pratica burocratica in un percorso a ostacoli degno di un labirinto kafkiano?

A San Marco in Lamis, come in centinaia o migliaia di altri centri italiani, ottenere la Carta d’Identità Elettronica — il documento che dovrebbe incarnare il futuro dell’identità digitale del cittadino — richiede oggi un’attesa che può toccare i sette mesi e a volte anche di più.  Per un documento che, fino a non molti anni fa, si ritirava in pochi giorni allo sportello del Comune, e nei casi urgenti perfino in giornata. La procedura, in sé, non è irragionevole. Il cittadino accede al portale istituzionale del Ministero dell’Interno, compila la richiesta, seleziona il proprio Comune di residenza e prenota un appuntamento allo sportello anagrafico. Fin qui, tutto nella norma. La promessa implicita della digitalizzazione è sempre stata questa: eliminare la fila fisica, ridurre l’attrito, rendere il rapporto tra cittadino e Stato meno gravoso. In teoria, un progresso netto.

In pratica, però, il sistema ha generato un collo di bottiglia che nessun algoritmo sembra in grado di sciogliere. I calendari del portale ministeriale risultano saturi con mesi di anticipo. I Comuni più piccoli, con personale ridotto e risorse limitate, non riescono a stare al passo con una domanda che, per ragioni strutturali, è destinata a crescere ancora. Il risultato è che il cittadino si ritrova intrappolato in un ingranaggio che gira, ma non avanza: non può aggirare il sistema digitale, non può presentarsi di persona senza appuntamento, non può fare nulla se non attendere.

Il problema non nasce nel vuoto. C’è una variabile temporale precisa che ha accelerato la crisi: entro agosto 2026, i vecchi documenti d’identità cartacei cesseranno di avere validità. Una misura di per sé ragionevole nell’ottica della modernizzazione del sistema anagrafico nazionale, ma che si trasforma in una pressione abnorme se l’infrastruttura chiamata a raccogliere la domanda non è attrezzata per farlo. Decine di milioni di italiani, molti dei quali non hanno ancora provveduto al rinnovo, si stanno riversando contemporaneamente sullo stesso portale, sugli stessi sportelli, sullo stesso personale già sotto organico.

Quella che poteva essere una transizione graduale e pianificata rischia di diventare un’emergenza amministrativa. E sarebbe ingenuo, o in malafede, attribuire l’intero problema all’aumento della domanda. Certo, l’incremento delle richieste pesa. Ma non giustifica attese di sette mesi per una pratica che non richiede, di per sé, né perizie tecniche né verifiche complesse. Giustifica, semmai, una risposta proporzionale: più personale, più sportelli, più aperture straordinarie. Non il silenzio. C’è un errore concettuale di fondo che attraversa molte delle cosiddette riforme digitali della pubblica amministrazione italiana: si è confusa la digitalizzazione del processo con il miglioramento del servizio. I due obiettivi non coincidono automaticamente. Spostare una fila fisica su un sito web non la elimina: la sposta. E se il sito web è lento, intuitivo solo per chi ha dimestichezza con i portali istituzionali, e collegato a una capacità di erogazione del servizio rimasta invariata o addirittura ridotta, l’effetto netto per il cittadino è peggiore di prima.

Si aggiunge, poi, il tema dell’esclusione digitale. Non tutti i cittadini — e in particolare non quelli anziani, non quelli che vivono in aree con scarsa connettività, non quelli privi di competenze informatiche di base — sono in grado di muoversi agevolmente in un sistema che ha eliminato il contatto umano senza sostituirlo con qualcosa di equivalente. Per queste fasce di popolazione, la digitalizzazione obbligatoria non è progresso: è un ulteriore muro alzato tra loro e i propri diritti. Non si tratta di essere contrari alla tecnologia, né di rimpiangere un passato che aveva i suoi problemi. Si tratta di pretendere che l’innovazione sia al servizio dei cittadini e non il contrario. Alcune misure sarebbero immediate e praticabili: ampliare le fasce orarie degli sportelli anagrafici, anche con aperture serali e nei fine settimana; prevedere un sistema di priorità per le urgenze documentate, come viaggi imminenti o scadenze lavorative; rinforzare temporaneamente il personale dei Comuni più in difficoltà attraverso collaborazioni intercomunali o con l’impiego di personale in convenzione.

Sul piano strutturale, sarebbe necessario ripensare il modello di prenotazione: anziché un sistema nazionale rigido che non tiene conto delle specificità locali, si potrebbe adottare un approccio più flessibile, che consenta ai Comuni di gestire la propria capacità in modo autonomo e adattivo. La tecnologia, usata bene, potrebbe davvero aiutare. Ma va progettata con intelligenza, e soprattutto con la consapevolezza che dall’altra parte dello schermo c’è una persona in carne e ossa, con tempi, esigenze e diritti reali. Sette mesi per un documento d’identità non sono un dato tecnico neutro. Sono la misura concreta di un fallimento organizzativo che non merita giustificazioni, ma risposte. I cittadini di San Marco in Lamis, come quelli di ogni altro comune italiano, non chiedono miracoli: chiedono che lo Stato funzioni. Anche — e soprattutto — nelle cose più semplici.

 Michele Centola

direttore sanmarcoinlamis.org

 

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