Michele Centola ©redazione.org

San Marco in Lamis, giovedì 5 marzo 2026 - Oggi, 5 marzo, il calendario segna una ricorrenza che per molti di noi è un rito laico. Se il tempo non avesse preteso il suo tributo troppo presto, Lucio Battisti compirebbe oggi 83 anni. Ma la verità è che Lucio non è mai invecchiato; è rimasto cristallizzato in quella foto in bianco e nero, con i ricci ribelli e quello sguardo che sembrava guardare oltre l’obiettivo, dritto verso un futuro che solo lui riusciva a sentire. Scrivere di lui in prima persona significa, per me, riaprire una scatola di ricordi che profumano di vinile e di pomeriggi passati a cercare di replicare quegli accordi apparentemente semplici, ma che nascondono un’architettura armoniosa e complessa.

Non si può celebrare oggi Lucio senza onorare quel "matrimonio artistico" con Mogol che ha cambiato i connotati alla cultura italiana. Spesso mi chiedo: cosa sarebbe stato l’uno senza l’altro? Mogol aveva il dono di intercettare il sentimento della classe media, traducendo in parole comuni i nodi alla gola che tutti provavamo. Lucio, d’altro canto, prendeva quelle parole e le lanciava nello spazio.

Ricordo l’impatto di brani come Emozioni o Pensieri e parole. Non erano solo canzoni da classifica; erano esperimenti psicologici. Lucio non aveva la voce impostata dei tenori dell'epoca; la sua era una voce "sporca", umana, capace di incrinarsi nel momento esatto in cui il cuore del brano lo richiedeva. È stata quella vulnerabilità a renderlo immortale. Molti fan si sono fermati al periodo d'oro degli anni '70, ma la mia fascinazione per Battisti cresce proprio quando lui decide di sparire. La rottura con Mogol nel 1980 non fu solo un divorzio professionale per questioni di spartizione dei diritti d'autore (le famose "edizioni musicali"), ma un’esigenza vitale di mutare pelle.

È qui che nascono i cosiddetti "Dischi Bianchi" con Pasquale Panella. Testi astratti, giochi di parole non-sense, suoni elettronici freddi e avanguardistici. Molti lo accusarono di essere diventato incomprensibile, ma io ci leggo la sua forma più pura di libertà: il rifiuto di essere un monumento di se stesso. Lucio preferì il silenzio dei media e l'isolamento nella sua villa a quello che definiva il "carrozzone" della celebrità. Attorno alla sua figura sono fiorite leggende metropolitane di ogni tipo. Si diceva che finanziasse movimenti politici estremi (mai provato), che vivesse segregato per una malattia deturpante o che fosse diventato un esperto di pittura astratta. La realtà, probabilmente, era molto più semplice: Lucio voleva essere solo un uomo, un padre e un marito, lasciando che a parlare fosse unicamente la musica.

Questa sua assenza totale — niente interviste, niente apparizioni TV per oltre vent'anni — ha creato un vuoto che oggi, nell'era dei social e della sovraesposizione, appare come un gesto rivoluzionario. Se oggi dovessi scegliere un brano da ascoltare per fargli gli auguri, non sceglierei un classico da spiaggia. Metterei sul piatto Anima Latina. È un disco che ancora oggi suona moderno, un groviglio di percussioni e fiati che anticipava la world music di decenni. Ci manca, Lucio. Ci manca quella sua capacità di dirci chi siamo senza mai alzare la voce. Ci manca quel coraggio di cambiare tutto proprio quando tutto andava bene. Oggi non spegniamo candeline, ma accendiamo un giradischi. Perché finché quella puntina tocca il solco, lui è qui, seduto accanto a noi, a chiederci: "Che ne sai di un campo di grano?". Buon compleanno Lucio ....

 

©Michele Centola

direttore www.sanmarcoinlamis.org