Michele Centola ©redazione.org

San Marco in Lamis, giovedì 28 maggio 2026 -  Le figurine Panini non erano semplici adesivi da incollare su un album: erano passaporti per un mondo parallelo, fatto di calciatori, campioni, squadre e sogni. Crescere negli anni Ottanta e Novanta significava, tra le tante cose, avere sempre qualche bustina in tasca o almeno l’aspirazione di comprarne una al più presto. L’edicola di quartiere era il quartier generale, un luogo "quasi sacro" dove ogni mattina, prima o dopo la scuola, ci si fermava a controllare se erano arrivate le nuove serie.

Il giornalaio ti conosceva per nome e sapeva già cosa volevi: «Anche oggi le figurine, eh?», diceva con un sorrisetto complice. Il bello delle figurine Panini era che non si limitavano al calcio, anche se quello restava il regno indiscusso. C’erano album dedicati a cartoon e telefilm che andavano per la maggiore, ai mondiali di nuoto, alle olimpiadi, ai personaggi dei fumetti e persino alle auto da corsa. Ogni album era un universo a sé, con le sue rarissime figurine dorate o in rilievo che sembravano quasi proibite, fuori portata, destinate a chi aveva più fortuna o più spiccioli da spendere. Ogni stagione usciva un nuovo album con i calciatori della Serie A: volti noti, divise colorate, stadi leggendari. Aprivi una bustina e speravi in Maradona, in Baresi, in Van Basten. E quando arrivava, quella figurine quella tanto desiderata si stringeva tra le dita come un gioiello raro.

La vera magia, però, cominciava dopo l’acquisto. Ogni bambino accumulava i doppioni quelle figurine già presenti nell’album che si ripetevano con una frequenza quasi beffarda, come se la sorte si divertisse a farti avere dieci volte lo stesso giocatore di una squadra di provincia. I doppioni erano moneta di scambio, merce pregiata o carta straccia a seconda del momento. Gli scambi tra amici erano un rituale quotidiano. Ci si ritrovava in cortile o davanti al cancello della scuola con i propri mazzi di figurine tenuti insieme da un elastico. Si tirava fuori la lista dei mancanti, si contrattava con la serietà di piccoli uomini d’affari. «Do tre normali per una brillante» era la formula più comune. Le figurine rare quelle scintillanti, quelle dei campioni più famosi, quelle dello stemma del club dorato avevano un valore di cambio sproporzionato: potevano valere cinque, dieci, anche venti doppioni comuni. C’era chi teneva la lista dei mancanti scritta a mano su un foglio piegato in quattro, gelosamente custodita nel taschino. C’era chi organizzava veri e propri mercatini in fondo al corridoio della scuola, con tanto di «shopping list» mentale.

Il commercio era spontaneo, viscerale, privo di regole scritte ma governato da un codice d’onore non scritto: uno scambio era uno scambio, e non si tornava sui propri passi. Non dimenticherò mai quelle giornate. Non le dimenticherò perché non erano solo collezione: erano competizione, adrenalina, gioia e frustrazione in dosi quasi uguali. Mi rivedo ancora in fila con gli altri ragazzi davanti al gradino di marmo del portone di casa. Le figurine curvate con perizia tra le dita, appoggiate sul bordo del gradino, pronte per la sfida. Il gioco era semplice nella sua struttura, ma richiedeva tecnica e fortuna. Si posizionava la figurina sul bordo del gradino, si colpiva con il palmo della mano aperta sul marmo, e l’onda d’aria generata dall’impatto avrebbe dovuto far capovolgere la figurina. Se ci riuscivi, vincevi quella dell’avversario. Se fallivi, toccava all’altro. Semplice, no? Eppure certi pomeriggi ci si passavano ore intere, col sole che calava e le madri che chiamavano dai balconi. Ogni colpo riuscito era una piccola vittoria. Ogni fallimento, uno stimolo a ritentare.

E quando finalmente la figurine si capovolgeva  dopo tre, cinque, dieci tentativi andati a vuoto  si esultava come se avessimo segnato un gol al novantesimo. I protagonisti del campionato erano lì con noi, tra le nostre mani, protagonisti di un torneo personale nei vicoli e nei cortili dell’Italia di quegli anni. C’era una ricerca quasi ossessiva che caratterizzava ogni stagione di figurine: quella della rarissima. Si diceva che alcune figurine venissero prodotte in quantità limitata, o che certi lotti venissero distribuiti solo in determinate zone del paese. Vero o leggenda metropolitana, poco importava: la caccia era parte del gioco. Si interrogavano i compagni di classe, si girava da un’edicola all’altra del quartiere, si chiedeva ai cugini delle città vicine. Aprire una bustina era ogni volta un atto di speranza. Si slacciava il bordo con delicatezza quasi chirurgica, si estraevano le figurine lentamente, scrutandole una a una con occhi semichiusi come se quella piccola suspense potesse cambiare il destino.

Quando finalmente compariva l’immagine tanto cercata magari quella dello stemma della squadra in versione oro, o quella del capocannoniere della stagione precedente era una sensazione difficilmente descrivibile: qualcosa a metà tra la gioia e il sollievo. Qualche giorno fa ho provato a raccontare tutto questo a mio nipote. Ha quattordici anni, uno smartphone di ultima generazione e una collezione di skin digitali per i suoi personaggi preferiti nei videogiochi. Mi ha guardato con quella pazienza affettuosa che i ragazzi riservano agli adulti che parlano di cose del passato. «Ma si potevano fare foto alle figurine?» ha chiesto alla fine. No, non si potevano fare foto. Non si poteva salvare niente. Stava tutto nella memoria, nelle mani, nei cassetti. I ragazzi di oggi vivono in un mondo di stimoli infiniti: notifiche, video in loop, contenuti su misura che arrivano senza che tu li abbia cercati. Non c’è più bisogno di aspettare, di cercare, di sperare. Tutto è immediatamente disponibile, con un tocco sullo schermo.

E allora come si spiega il valore di quella bustina? Come si trasmette il senso di attesa che la rendeva speciale? Forse si può raccontare l’attesa come un’arte perduta. Forse si può dire che quelle figurine insegnavano qualcosa che va oltre il calcio o i fumetti: insegnavano a desiderare, a negoziare, a perdere con dignità e vincere senza esagerare. Insegnavano che una cosa vale di più quando la cerchi, quando la conquisti, quando la condividi con qualcuno che la vuole quanto te. Oggi le figurine Panini esistono ancora. Si vendono ancora, si collezionano ancora, e ogni anno prima dei grandi tornei le edicole tornano a essere assaltate da bambini con le tasche piene di spiccioli. È un segnale bello, che fa sperare. Ma quella cosa lì quella magia concreta, fisica, fatta di dita che sfogliano carta, di occhi che scrutano immagini, di voci che trattano sotto il sole appartiene a un mondo che si è in parte perso per strada. E io, ogni tanto, mi siedo su un gradino anche solo con la mente e ricordo. Ricordo il colpo del palmo sul marmo freddo. Ricordo il fiato sospeso. Ricordo la figurina che si capovolge, finalmente, dopo troppi tentativi. E torno ad avere dieci anni, con un mazzo di doppioni in tasca e il mondo intero davanti.

 

Michele Centola

direttore www.sanmarcoinlamis.org