
Tonino Cera
San Marco in Lamis, giovedì 18 giugno 2026 - In tutti gli aneddoti raccontati in queste “Storielle” quel che sempre si è cercato di mettere in rilievo è l’atmosfera sociale, comunicativa e relazionale della S. Marco di quegli anni. Purtroppo è ormai evidente che con l’avvento della società della comunicazione (internet, social media, virtualizzazione dei rapporti interpersonali) anche in comunità come la nostra il clima di cui si diceva sembra del tutto scomparso. Lo si è ribadito in più di un’occasione nelle storielle che si vanno raccontando, il tessuto sociale fatto di artigiani e mondo contadino, nella sua accezione più ampia, si è del tutto dissolto.
Quel mondo che era fatto di relazioni, di momenti di scambio e collaborazione, se non di vera e propria solidarietà, non c’è più. Né si avvertivano differenze sociali o di censo. Tra artigiani e contadini sammarchesi i rapporti con professionisti e ceto medio in genere erano improntati a rispetto e condivisione. Solo un esempio che riguarda chi scrive, ma altri se ne potrebbero fare, mio padre aveva relazione strettissima con Nicola Nenna, “lu manfrudeniese”, conosciuto anche come “lu pisciaiole”, poiché originario di Manfredonia e commerciante di pesce. Un altro della cerchia era Giuseppe De Giovanni, detto “Saveriola”, che all’epoca era il coordinatore dei netturbini comunali. E, poi, vi era il dott. Luigi Nardella, farmacista in Via Roma che all’alba di ogni giorno, apriva il suo locale ai tre amici con i quali condivideva il caffè che a quell’ora era possibile prendere in uno dei bar aperti. E vi era condivisione.
Tra gli amici artigiani di mio padre vi era Ciro, lo stagnino, “Cumpà Gire lu stagnare”, che aveva bottega alla destra dell’inizio di Corso Matteotti. Una volta al ritorno dal lavoro per il pranzo, mio padre portò a casa un bel pezzo di formaggio che era “speciale”, poiché era pieno di vermi, se non ricordo male si chiamava “casce de quagghia”, e pare fosse particolarmente squisito (nonostante i vermi!). Fui incaricato di portare a Cumpà Gire un pacchetto della leccornia, Quando la vide non la smetteva di ringraziare per il dono. Si viveva così in quella S. Marco. In quella casa dove fu recapitato quel "dono" viveva anche Rita, la figlia di Cumpà Gire, conosciuta come “la Stagnara”, che era una bella ragazza anche se un po’ disinibita, almeno per la S. Marco di quel tempo. Gli ambulanti che andavano in giro per il paese a vendere frutta, verdura e altro perlopiù erano sammarchesi i quali erano conosciuti e conoscevano persone e quartieri.
Uno di questi (non ho certezza del nome, quindi non lo faccio), quando si fermava all’altezza dell’abitazione di Rita, mentre invitava la gente ad alta voce ad avvicinarsi alla merce, a un certo punto rivolgeva il suo invito anche alla “Stagnara”, ma con un tono a dir poco provocatorio:” Rita, la vuoi la banana!?”. La risposta, data la personalità del personaggio, non poteva che essere immediata e pertinente in un italo-sammarchese inconfondibile:”Animalo!?!” Poi Rita come molti altri e altre emigrò in Australia, e lì da qualche tempo riposa in pace.
di Tonino Cera
