Luigia Centola redazione.org

San Marco in Lamis, lunedì 27 luglio 2026 -  Il nostro paese conserva una tradizione orafa antica e in gran parte dimenticata, ricostruita nel volume "La lavorazione dell'oro a San Marco in Lamis" di Gabriele Tardio Motolese (Edizioni SMiL). La ricerca parte da uno statuto comunale tardomedievale che già disciplinava con precisione il mestiere: bilance controllate e marchiate, registri obbligatori delle vendite, un sigillo "SM" apposto dal Bajulo su ogni manufatto autorizzato. Perfino l'uso personale dell'oro era regolato, con limiti al numero di pezzi che le donne potevano portare su maniche e cinture.

Tracce concrete dell'attività emergono nei secoli successivi. Un inventario settecentesco del corredo della Madonna di Stignano elenca decine di gioielli, tessuti ricamati in oro e argenti liturgici donati dai devoti. Ancora più eloquente è la cronaca di un violento furto avvenuto la notte tra il 30 e il 31 agosto 1810 nella bottega dell'orafo Fortunato Del Giudice, in strada Maestra: banditi armati asportarono libbre di oro lavorato e grezzo decine tra suste, bracciali, orecchini e collane ferendo gravemente il proprietario. L'episodio, legato alla fiera annuale di San Matteo che richiamava mercanti da tutto il circondario, testimonia quanto fosse consistente il giro d'affari legato ai metalli preziosi.

Documenti ottocenteschi restituiscono anche i nomi delle botteghe attive: dallo stato d'anime del 1821 della parrocchia di Sant'Antonio Abate ai registri di "zeccatura" delle bilance del 1869 e del 1887, compaiono cognomi come Del Giudice, Gallucci, Iannacone, Centola, Della Croce, Bevilacqua e Ciavarella, con botteghe concentrate soprattutto in via Maestra. Un carteggio del 1841 rivela che, su otto artigiani censiti, solo due possedevano la patente ufficiale rilasciata da Napoli: gli altri esercitavano il mestiere in modo informale, spesso come attività integrativa.

Il volume dedica ampio spazio anche al periodo del brigantaggio post-unitario, quando l'oro divenne segno di ostentazione tra le bande armate del Gargano: verbali di polizia descrivono ritrovamenti di gioielli nelle grotte del Monte Castello e nelle tasche dei briganti caduti negli scontri con la fanteria sabauda. Parallelamente, la comunità continuava a donare oro alla Confraternita del Carmine e al culto di San Ciro, come documentano i registri delle stime affidate proprio agli orafi locali per realizzare manti e diademi.

Nelle appendici firmate da Matteo Coco e Matteo Sansone, la ricerca si allarga all'intero Gargano, descrivendo tecniche (lamina, filigrana, fusione a cera) e tipologie tipiche suste, ciappe, orecchini "a pire" che distinguevano la produzione sammarchese da quella di Monte Sant'Angelo. Un patrimonio artigianale che nel Novecento si è progressivamente trasformato in commercio, lasciando oggi solo due laboratori a mantenere viva, in forma artigianale, l'antica tradizione orafa del paese. "L'orafo è il principe degli artigiani" così Matteo Coco descrive un mestiere che sul Gargano affonda radici bizantine, arabe e abruzzesi, tramandato di padre in figlio per generazioni.

 

di Luigia Centola