Antonio Nardella redazione.org
San Marco in Lamis, venerdì 7 agosto 2026 - C'è una generazione di sammarchesi che, sentendo ancora oggi il rumore metallico di una moneta che cade, pensa involontariamente alla cabina telefonica davanti la villetta comunale, o a quella accanto al bar della piazza. Non è nostalgia da cartolina: è la memoria concreta di un modo di comunicare che aveva regole precise, tempi lunghi e una certa solennità, oggi difficile da immaginare per chi è cresciuto con uno smartphone in tasca fin da bambino. Negli anni Ottanta e Novanta, in paese, avere un telefono fisso in casa non era scontato per tutte le famiglie, e comunque le telefonate interurbane costavano care.
Così la cabina pubblica, o i bar e pasticcerie, ricordo le chiamate a mio padre in Germania di mia madre dall'allora Pasticceria Soccio, diventavano un punto di riferimento collettivo, soprattutto per chi aveva parenti emigrati in Svizzera o Belgio ecc. Si andava con la borsa piena di gettoni, si faceva la fila, e quando finalmente arrivava il proprio turno si telefonava contando i minuti con la coda dell'occhio, perché il gettone finiva sempre troppo presto e la voce dall'altra parte, spesso disturbata dalla linea, andava ascoltata con attenzione doppia. Chi era più grande ricorda gli appuntamenti fissati per lettera con i familiari all'estero: "ti chiamo domenica alle diciotto", e alle diciotto in punto qualcuno era già davanti alla cabina, con il resto contato in tasca, pronto a passare il telefono di mano in mano a tutta la famiglia riunita per l'occasione. Era una telefonata evento, non un gesto automatico, e proprio per questo restava impressa nella memoria molto più a lungo di un messaggio vocale di oggi.
C'era anche un lato scomodo di quella stagione, che sarebbe disonesto non raccontare: l'attesa poteva essere lunga, la cabina non sempre funzionava, la privacy era pressoché inesistente con la fila che ascoltava ogni parola da fuori il vetro, e in caso di urgenza vera un malore, un incidente trovare un telefono libero poteva significare minuti preziosi persi. Non era un'epoca semplicemente più "autentica": era anche un'epoca con limiti reali, che oggi la tecnologia ha in gran parte risolto. Il cellulare ha cambiato tutto in una manciata di anni. Oggi da San Marco in Lamis si può fare una videochiamata con un parente in Australia mentre si cammina per corso Matteotti, si può avvisare in tempo reale chi è in ritardo, si può chiamare il 118 senza dover cercare una cabina funzionante. La reperibilità costante ha salvato situazioni delicate e ha reso la distanza, quella fisica, molto meno pesante da sopportare per chi ha famiglia lontana.
Ma la stessa reperibilità ha anche un prezzo. Le conversazioni si sono moltiplicate e insieme si sono spesso svuotate: si scrive di continuo e si parla di meno, si è sempre raggiungibili e per questo si fatica a essere davvero presenti in un solo posto alla volta. Chi frequenta ancora oggi la piazza e i viali del paese lo nota, gruppi di persone sedute vicine, ognuna con lo sguardo sul proprio schermo, in un silenzio che la cabina telefonica, paradossalmente, non produceva mai, perché imponeva un turno, un'attesa, un contatto diretto con chi stava in fila insieme a te. Mettere a confronto le due epoche non serve a stabilire quale fosse migliore, ma a riconoscere che ogni strumento di comunicazione porta con sé un modo diverso di vivere le relazioni. La cabina telefonica costringeva all'essenziale e regalava telefonate cariche di attesa e di significato, ma lasciava soli davanti a un'urgenza.
Il cellulare garantisce sicurezza e vicinanza immediata, ma rischia di riempire le giornate di parole leggere, dette in fretta, tra una notifica e l'altra. Forse il modo più onesto di ricordare le vecchie cabine telefoniche di San Marco in Lamis non è rimpiangerle, ma custodire quello che insegnavano senza volerlo: che una telefonata, quando costa fatica arrivarci, vale la pena farla contare.
di Antonio Nardella
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