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di Michele Centola direttore.org

San Marco in Lamis, mercoledì 7 ottobre 2026 -  C'è un momento preciso, nella vita di chi è cresciuto tra la metà degli anni Ottanta e la fine dei Novanta, in cui ci si accorge di appartenere a una generazione di confine. Siamo stati gli ultimi a imparare a vivere senza schermi e i primi a vederli entrare in casa. Per questo motivo basta "un gettone telefonico" trovato per caso in un cassetto di vecchi ricordi,  per far partire i ricordi, il racconto si accende da solo. Da direttore di questo giornale ho scelto di dedicare uno spazio a quella stagione, perché non è soltanto nostalgia:

è la memoria di un modo di stare insieme che ha formato carattere, amicizie e immaginario di intere comunità, anche le nostre, fatte di piazze, vicoli e cortili. La giornata scandiva i suoi tempi con regole non scritte ma rispettatissime. Dopo pranzo, il riposo obbligato; poi i compiti; poi, finalmente, la strada. Non serviva un invito: bastava scendere, citofonare o fischiare sotto il balcone di un amico. Se qualcuno rispondeva, il gruppo cresceva; se nessuno rispondeva, si passava al portone successivo. Non esistevano messaggi per avvisare di un ritardo. Esisteva la parola data e, soprattutto, il luogo: il muretto, la piazzetta, l'angolo davanti al bar.

Lì si arrivava con la certezza che qualcuno ci sarebbe stato. E quasi sempre ci si trovava davvero. Il campionario era vastissimo e i materiali, spesso, di recupero. Nascondino, 2un, due, tre, stella2, guardie e ladri, la campana disegnata con un pezzo di gesso, l'elastico per le ragazze e i tappi di bottiglia trasformati in piste da corsa per i ciclisti più accaniti. Le biglie, con le loro traiettorie studiate al millimetro, valevano come moneta di scambio e prestigio sociale. Poi c'era il pallone. Bastava un Super Santos, due zaini a fare da pali e uno spiazzo qualsiasi " il curvone dell'ospedale chiamato 2San Siro". Le partite duravano finché c'era luce o finché qualche finestra non si apriva con un richiamo poco amichevole.

Nessun arbitro, nessun VAR: le discussioni si risolvevano a voce alta e, quasi sempre, si ricominciava come se nulla fosse. Ogni stagione portava con sé un rito collettivo: l'album delle figurine dei calciatori. Si comprava la bustina con trepidazione, si scartava con il fiato sospeso e si correva a verificare se mancasse proprio quel giocatore. Poi iniziavano le trattative: 2ce l'ho, ce l'ho, mi manca". Era la nostra prima, spontanea lezione di economia e di negoziazione. Accanto alle figurine, i fumetti passati di mano in mano, le edicole come piccoli santuari e i cartoni animati del dopo scuola, che accompagnavano la merenda e davano un volto a eroi e robot indimenticabili.

Chi aveva un fratello maggiore poteva contare su un tesoro in più: una consolle o un computer di quelli con i cavi e il registratore a cassette per caricare i giochi, tra attese interminabili e la tensione di vedere se il caricamento sarebbe andato a buon fine. Poi arrivarono le sale giochi: luci, suoni, il profumo di monete e di plastica calda. Con poche lire (poi poche migliaia) si costruivano sfide, rivalità e leggende di quartiere. Il nome sul tabellone dei punteggi record valeva più di una pagella. La colonna sonora di quegli anni passava dalla radio e dal mangianastri. Si restava in attesa della canzone preferita con il dito sul tasto "rec", sperando che lo speaker non parlasse sopra l'attacco. Il risultato era una compilation imperfetta e preziosissima, con la dedica scritta a penna sulla copertina.

Il Walkman faceva sentire grandi, le cuffiette condivise in due facevano nascere amicizie e qualche primo batticuore. E i dischi, i festival, i concerti estivi in piazza segnavano il calendario emotivo di un'intera stagione. Il telefono era uno solo, in corridoio, e aveva il filo. Telefonare a un'amica o a un amico significava mettere in conto la voce di un genitore all'altro capo. Per le chiamate fuori casa c'erano le cabine, con i gettoni e poi le schede: contare i minuti, sbirciare la barra che si consumava, salutare in fretta. Tutto aveva un costo e un peso, e proprio per questo ogni parola contava un po' di più. Sarebbe facile liquidare tutto come semplice malinconia, ma sarebbe un errore.

Quegli anni ci hanno insegnato l'attesa, la pazienza, l'arte di arrangiarsi e il valore dello stare insieme senza intermediari. Non erano migliori, erano diversi: avevano meno strumenti, ma lasciavano molto più spazio all'incontro reale. Oggi i nostri figli e nipoti vivono in un mondo più veloce e connesso, e sarebbe sbagliato pretendere che somigli al nostro. Ma raccontare ciò che eravamo, con le sue ingenuità e la sua spensieratezza, è un modo per tramandare un'idea di comunità che resta attuale: quella in cui nessuno restava davvero solo, perché fuori da casa c'era sempre qualcuno ad aspettarti.

 

di Michele Centola

www.sanmarcoinlamis.org