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Nicola Maria Spagnoli

Roma, domenica 4 settembre 2016 -  Abdul Mati KLARWEIN è L’artista che ha accompagnato sia Miles Davis che Carlos Santana nei loro più grandi successi, per non parlare degli Osibisa, degli Earth Wind & Fire, e di un’altra ventina di artisti e una cinquantina di album. Parliamo solo di due fra i più noti iniziando dal disco di Miles Davis, Bitches Brew (foto 1) ma anche su questo non credo che oggi come oggi abbia ancora senso scriverne, è stato talmente importante e fondamentale per l’evoluzione della musica e con una copertina talmente arcinota che ci fecero ai tempi anche delle etichette per bottiglie di vino e celebrato almeno ogni dieci anni con riedizioni allargate!

 Preferiamo parlare quindi di quello successivo, quel Live Evil (foto 2) quasi tutto dal vivo naturalmente e pure questo doppio, un disco riassemblato, ricomposto potremmo dire, da quel mostro di produttore che fu Teo Macero. Un disco che all’epoca (ma soltanto all’epoca!) forse vendette anche di più del rivoluzionario predecessore, l’ipercelebrato Bitches Brew. Naturalmente anche questo era sulla scia dell’apripista e anche questo accolse, nella doppia copertina, un disegno, anzi un quadro, di Mati Klarwein che all’epoca si faceva chiamare Abdul, un artista tedesco di origine polacca e di estrazione ebraica ma che si sentiva profondamente arabo e africano, almeno con il cuore. Diceva mo del disco, anche qui brani leggendari, anche se inferiori come qualità sia alla perfezione di In a silent way, secondo me il vero inizio della fusion davisiana, che all’orgiastica svolta di Bitches, più vicini a quell’inizio di funk che troviamo anche in un disco del ’68, quel Miles in the Sky (cover di Victor Atkins), chiaramente riferito alla Lucy in the Sky dei Beatles del Sgt. Pepper’s.

L’ensemble anche qui è da capogiro anche se suddiviso in vari sestetti o ottetti: Chick Corea, Joseph Zawinul, Airto Moreira, John McLaughlin, Herbie Hanckock, Billy Cobham, Keith Jarrett, David Holland, Jack De Jonette, Carter, Wayne Shorter, per nominare con nome e cognome i più grandi e poi Carter, Grossman, Pascoal, Bartz, Hendersen, tutta gente che è salita nell’Olimpo della musica e che ha fatto la storia del jazz, della fusion e del rock, nei decenni successivi. E visto che li abbiamo citati tutti, citiamo anche il sitarista che ebbe effettivamente più spazio solo nelle edizioni complete, in quel The Cellar Door Sessions pubblicato nel 2005, Khalil Balakrishna un artista che diede anche, possiamo dire, un tocco alla Terry Riley ad alcuni brani. I pezzi, un paio sono brevi anzi cortissimi ma di sicuro quelli che ispirarono molto i Weather Report degli esordi.

Il resto del disco contiene brani chilometrici, uno in particolare colpisce il cui titolo dice tutto: Funky Tonk, brano in cui Davis usò per la prima volta la tromba elettrica, distorta al wah wah, avvicinando il suono della sua tromba in modo impressionante ai gemiti della chitarra di Hendrix. L’avvicinamento non fu casuale, Davis avrebbe davvero voluto collaborare con Jimi dopo il concertone del ’70 dell’isola di Wight, a cui entrambi parteciparono e forse prima o poi qualcuno caccerà fuori le sessions private… se furono registrate. Ed allora vai con un ritmo esasperato, con gli assoli e le divagazioni che più funky non si può. In pratica il brano continua nella quarta facciata tutta occupata da Inamorata in cui gli assoli di tromba, elettrici come non mai, arrivano allo stremo e il ritmo si fa ancora più incredibile con finale (si può dire?) proprio alla Voodoo Chile.

C’è l’intermezzo narrato di Conrad Roberts che attenua il furore e ci riporta al clima del disco n. 1, dove spicca la lunga What i say in cui Airto fornisce un’ampia prova di percussioni, il piano è godibilissimo e gli assoli di sax soprano altrettanto con una batteria che non può non far venire a mente quella di Ginger dei Cream di Weels on fire. La copertina raffigura ‘la vita’ in una bellissima composizione etnico-surrealista che in qualche modo si allaccia al celebre predecessore e che sottolinea l’aspirata negritudine dell’autore. Un drappo purpureo parte dallo scialle della nuda donna incinta e si trasforma in un viso fiammeggiante, a cui poi il nostro si ispirerà per una delle numerose copertine per Buddy Miles. Su uno sfondo geometrico bianco e oro che richiama il cufico geometrico anticamente usato per decorare le moschee, la figura centrale spicca forse più dei due visi centrali di Bitches mentre un’altra misteriosa simbologia scaligera circonda l’altro busto di donna etiope che vediamo sulla sinistra, nel velo acquatico, nei capelli e nella veste in b/n mentre a destra vediamo un gruppo di musici a cui si ispirerà la copertina di un paio d’anni dopo del Crossings di Herbie Hancock.

La vera bomba è la mostruosa figura del retro (foto 3). Qui Davis voleva una rana che rappresentasse il male e Mati si ispirò ad una foto di un personaggio che venne poi modellato, elaborato, imparruccato, sventrato, quella dell’odiato ex capo dell’FBI Edgar J. Hoover, fatto diventare un mostruoso uomo-donna-bestia aliena. Lo stesso sfondo decora anche questo quadro e sulla sinistra l’anagramma di Live Evil, ovvero il male dal vivo, preceduto dal nome del musicista scritto a rovescio Selim Sivad che poi sono i titoli di due dei brani del disco, il lungo Sivad che apre il lato 1 e il corto Selim del lato 3. All’interno della doppia copertina tantissime foto in sequenza, in b/n, del viso di Davis: del tutto ignorati gli altri musicisti in quanto Macero intendeva esaltare solo il maestro.

Mati ai tempi stava già negli Stati Uniti da un paio d’anni ma aveva già fatto una cover jazz per un disco del ’63 di Eric Dolphy, Iron man a cui probabilmente s’era ispirato l’artista colorista e psichedelico di Miles in the Sky (foto 4). Successivamente gli furono commissionate altre copertine, alcune per artisti famosi come gli Osibisa, ma non essenziali, che fra gli altri coinvolsero anche Roger Dean, altre per artisti di nicchia che non vendevano molto ma che sono tutt’oggi pietre miliari come quelle per il grandissimo John Hassel. La sua arte, che era chiaramente ispirata a quella surrealista con venature fantastiche, è stata sempre apprezzata dagli illustratori, poco dalla critica che ha preferito artisti più consistenti come Ernst Fucks che pure fu maestro di Mati o il grande Dalì a cui si ispirò per parecchi suoi quadri nonché per la celebratissima copertina di Bitches. Eppure di un altro suo quadro dobbiamo necessariamente parlare, di quella particolare Annunciazione che venne usata per la copertina di Abraxas di Santana , ma un’altra volta.

                                                                                                                               Nicola M. Spagnoli 

Foto 1

 

 

Foto 2

 

 

Foto 3

 

Foto 4