
Antonio Nardella redazione.org
San Marco in Lamis, venerdì 4 settembre 2026 - Ci sono copertine che si limitano a decorare un disco, e copertine che ne diventano parte integrante, quasi un secondo strumento suonato in silenzio. "Bitches Brew" di Miles Davis appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Pubblicato dalla Columbia Records il 30 marzo 1970, il doppio album porta in copertina un dipinto che, a distanza di oltre cinquant'anni, resta uno dei simboli più riconoscibili della storia della musica registrata.
L'immagine è opera di Mati Klarwein, pittore tedesco naturalizzato francese, già autore della celebre copertina di "Abraxas" dei Santana. Klarwein costruisce una tavola divisa in due metà speculari: sul fronte un volto femminile dai tratti africani si staglia contro un cielo attraversato da un vortice di nubi e fuoco, mentre due figure abbracciate osservano un oceano in tempesta; sul retro la scena si ribalta in un volto bianco, in un gioco di dualità che richiama i temi di luce e oscurità cari al pittore.
Non è un caso che quell'immagine sia stata scelta apposta per questo disco. Registrato in appena tre giornate di session, il 19, 20 e 21 agosto 1969, negli studi Columbia della 52ª strada di New York, "Bitches Brew" nasce nel clima elettrico dei mesi immediatamente successivi a Woodstock. Miles Davis, affiancato dal produttore Teo Macero, abbandona la forma-canzone e la melodia tradizionale del jazz per costruire lunghe improvvisazioni collettive, arricchite da strumenti elettrici, effetti di studio e un uso del ritmo debitore del funk e del rock. Il montaggio in fase di post-produzione, con tagli, sovraincisioni e ripetizioni di frammenti, è parte integrante della composizione tanto quanto le note suonate dal vivo.
La scelta di Klarwein come autore della copertina non è casuale: al pittore viene chiesto di ascoltare il disco prima di mettersi al lavoro, in modo che l'opera pittorica potesse restituire visivamente l'energia di una musica che sfuggiva a ogni classificazione. Il risultato è un immaginario denso di riferimenti africani, orientali e onirici, in linea con l'idea di un jazz che si apre a nuove radici culturali e sonore. Il lettering gotico del titolo, aggiunto dal direttore artistico della Columbia John Berg, completa un'estetica volutamente straniante, a metà tra il poster psichedelico e l'iconografia sacra.
Il disco è l'atto di nascita del jazz-rock e della fusion, e chi invece lo considera un tradimento dell'ortodossia jazzistica. Al di là delle polemiche, il disco conquista un pubblico enormemente più ampio di quello abituale per Miles Davis, superando le cinquecentomila copie vendute e aprendo la strada a una nuova generazione di musicisti da Chick Corea a Herbie Hancock, da Wayne Shorter a John McLaughlin molti dei quali avevano partecipato proprio a quelle session newyorchesi.
Anche la carriera di Klarwein prosegue nel segno di Miles Davis: l'artista firmerà l'anno seguente anche la copertina del successivo "Live-Evil" (1971), riproponendo lo stesso schema di immagine doppia e speculare, questa volta giocato sul dualismo tra vita e male suggerito dal titolo. Le sue opere, pur restando ai margini dei circuiti museali ufficiali, sono oggi considerate tra i vertici dell'incontro tra arti visive e musica del secondo Novecento, e continuano a essere citate da artisti contemporanei legati all'estetica afrofuturista.
A più di mezzo secolo dalla pubblicazione, la copertina di "Bitches Brew" resta un caso di scuola di come un'opera pittorica possa diventare parte della memoria collettiva di un disco: non un'illustrazione a corredo, ma una seconda porta d'accesso, visiva, a un'opera che ha cambiato per sempre il modo di intendere il jazz.
