Michele Centola redazione sanmarcoinlamis.org
Utah Stati Uniti mercoledì 17 settembre 2025 - Ieri, 16 settembre 2025, il mondo del cinema ha perso uno dei suoi più grandi protagonisti. Robert Redford si è spento serenamente nella sua casa di Sundance, tra le montagne dello Utah, circondato dall'affetto dei suoi cari. Aveva 89 anni e lascia dietro di sé un'eredità cinematografica senza pari. Quando ho appreso della scomparsa di Redford, ho provato una profonda tristezza. Non era solo un attore per me, ma rappresentava tutto quello che di più nobile poteva offrire il cinema americano.
Era l'uomo che aveva dato volto ai sogni di intere generazioni, incarnando personaggi che rimanevano impressi nell'anima molto tempo dopo la fine del film. La sua morte nella dimora di Sundance, il luogo che aveva trasformato in un tempio del cinema indipendente, ha qualcosa di poetico. È come se avesse scelto di andarsene nel posto che meglio rappresentava la sua passione per l'arte cinematografica autentica. Ripensando alla filmografia di Redford, è impossibile non rimanere colpiti dalla varietà e dalla qualità delle sue interpretazioni. Ha attraversato più di sei decenni di cinema, reinventandosi continuamente senza mai perdere quel carisma magnetico che lo contraddistingueva.
La sua ascesa iniziò negli anni '60, ma fu con "Butch Cassidy and the Sundance Kid" del 1969 che conquistò definitivamente il cuore del pubblico. Affiancato da Paul Newman, creò una delle coppie più iconiche della storia del cinema. Il loro feeling sullo schermo era palpabile, e quella complicità si sarebbe ripetuta in "La stangata" del 1973, altro capolavoro indimenticabile. Gli anni Settanta furono il suo decennio d'oro. "Tutti gli uomini del presidente" del 1976 lo vide nei panni del giornalista Bob Woodward, in una performance che dimostrava la sua capacità di dare profondità a personaggi complessi. Era cinema impegnato, quello che sapeva intrattenere educando. Non posso dimenticare "Via col vento d'Africa" del 1985, dove la sua storia d'amore con Meryl Streep ci regalò momenti di pura magia cinematografica.
Ogni scena trasudava quella nostalgia agrodolce che solo Redford sapeva trasmettere. Il 1980 segnò una svolta nella sua carriera con "Gente comune", il suo debutto alla regia che gli valse l'Oscar come miglior regista. Era la dimostrazione che la sua comprensione del cinema andava ben oltre l'interpretazione. Sapeva raccontare storie umane con una sensibilità rara. Se dovessi scegliere i suoi capolavori assoluti, non potrei non menzionare:
"Lo sparviero" (1975) - Un thriller di rara intensità dove Redford dimostra la sua capacità di portare sullo schermo personaggi tormentati con una credibilità disarmante.
"Il candidato" (1972) - Una critica feroce al sistema politico americano, ancora tremendamente attuale, dove la sua interpretazione risulta di una modernità sconcertante.
"Havana" (1990) - Forse sottovalutato dalla critica, ma per me rappresenta il Redford più maturo, capace di dare vita a storie d'amore complesse sullo sfondo di eventi storici cruciali.
"L'uomo che sussurrava ai cavalli" (1998) - Da regista e protagonista, Redford ci regala un'opera di rara poesia visiva, dove la natura e i sentimenti umani si fondono in un racconto di guarigione e rinascita.
"All Is Lost" (2013) - Uno dei suoi ultimi grandi ruoli, dove la sua presenza scenica bastava da sola a reggere un intero film. Era la dimostrazione che, anche in età avanzata, il suo talento rimaneva intatto.
Non posso parlare di Redford senza celebrare la sua creazione più duratura: il Sundance Film Festival. Ha trasformato un piccolo festival dello Utah nel punto di riferimento mondiale per il cinema indipendente. Migliaia di registi hanno trovato in Sundance la rampa di lancio per le loro carriere, e tutto questo grazie alla visione di un uomo che credeva nel potere delle storie autentiche. Quello che più ammirava di Redford era il suo impegno per le cause ambientali. Non era solo un attore di successo, ma un cittadino consapevole che utilizzava la sua fama per sensibilizzare il pubblico sui temi che gli stavano a cuore. Era l'esempio di come una celebrità potesse utilizzare la propria influenza per il bene comune.
Oggi il cinema è più povero. Redford rappresentava un'epoca in cui le star avevano una dignità, un carisma naturale che non aveva bisogno di trucchi o effetti speciali per conquistare il pubblico. Era un gentleman del cinema, un professionista che rispettava il suo lavoro e il suo pubblico. La sua scomparsa segna la fine di un'era. Era l'ultimo di una generazione di attori che aveva vissuto l'età d'oro di Hollywood, ma che aveva saputo evolversi e adattarsi ai cambiamenti del cinema contemporaneo senza mai tradire la propria autenticità. Addio, Robert. Grazie per aver reso più belli i nostri sogni, per aver dato volto ai nostri eroi cinematografici, per aver creduto nel potere delle storie ben raccontate.
La tua eredità vivrà in ogni giovane regista che cerca di raccontare la verità attraverso le immagini, in ogni attore che cerca l'autenticità nei propri personaggi, in ogni spettatore che ancora crede nella magia del cinema. Le montagne dello Utah custodiranno per sempre il ricordo di un gigante del cinema americano che ha saputo essere, prima di tutto, un uomo autentico.
