
di Michele Centola ©redazione.org
Foggia, sabato 3 gennaio 2026 - Il primo gennaio di quest'anno ho deciso di iniziare l'anno nuovo al cinema, e la scelta è ricaduta sull'ultima fatica di Checco Zalone. Devo ammettere che sono uscito dalla sala con sensazioni diverse rispetto ai suoi film precedenti, e voglio raccontarvi perché. La storia mi ha colpito fin dall'inizio. Il personaggio interpretato da Zalone (Luca Pasquale Medici) è un padre che intraprende il Cammino di Santiago di Compostela, quella celebre via di pellegrinaggio che ogni anno attira migliaia di persone da tutto il mondo. Non si tratta solo di un viaggio fisico: come molti pellegrini che percorrono quegli ottocento chilometri, anche il protagonista è alla ricerca di qualcosa che va oltre la meta finale.
C'è chi cerca se stesso, chi cerca risposte esistenziali, chi vuole credere in qualcosa di più grande, di soprannaturale. Il Cammino ha questa caratteristica unica: ti mette di fronte a te stesso, chilometro dopo chilometro. Nel film, il padre parte con un obiettivo apparentemente chiaro: ritrovare sua figlia e riportarla a casa. Ma è proprio qui che ho notato il primo grande cambiamento del personaggio. All'inizio è rigido, convinto di avere ragione, determinato a "salvare" sua figlia da una scelta che lui considera sbagliata. È il classico genitore che pensa di sapere cosa sia meglio per i propri figli, senza ascoltare davvero le loro ragioni. Durante il cammino ho assistito a due trasformazioni parallele che mi hanno particolarmente emozionato.
La prima è quella del padre stesso: camminando, confrontandosi con altri pellegrini, affrontando fatiche fisiche e momenti di solitudine, il suo carattere inizia a mutare. Le certezze granitiche cominciano a sgretolarsi, lasciando spazio al dubbio, all'ascolto, all'empatia. Ho visto un uomo che lentamente impara a mettere in discussione le proprie convinzioni. La seconda trasformazione riguarda il rapporto padre-figlia. Quello che doveva essere un semplice "recupero" si trasforma in un dialogo vero, autentico. Il tentativo del padre di riportare a casa la figlia fallisce, ma questo fallimento si rivela in realtà una vittoria ben più importante: la nascita di una comprensione reciproca. Ho percepito nelle scene tra i due personaggi un crescendo emotivo che mi ha fatto riflettere sui miei stessi rapporti familiari. La figlia non è più vista come una ribelle da correggere, ma come una persona adulta con le proprie scelte e i propri sogni. E il padre, da controllore, diventa finalmente un compagno di strada.
Devo dire che questo film segna una svolta rispetto alle precedenti pellicole di Zalone. Non che manchino i momenti comici – la sua capacità di farci ridere è sempre presente – ma qui c'è qualcosa in più. C'è una profondità emotiva che nei film precedenti era meno evidente. Se nei lavori passati Zalone puntava soprattutto sulla satira sociale e sulla comicità più immediata, qui ho trovato un equilibrio interessante tra leggerezza e riflessione. Il personaggio che interpreta è meno caricaturale, più umano. Non è il solito antieroe simpatico e sciaguato: è un padre come tanti, con i suoi difetti, le sue paure, la sua difficoltà ad accettare che i figli crescano e prendano strade diverse da quelle che avevamo immaginato per loro. Questa universalità del personaggio lo rende ancora più vicino a noi spettatori. Uscendo dal cinema il primo dell'anno, ho pensato che fosse stato un ottimo modo per iniziare il 2025. Il film di Zalone mi ha fatto ridere, certo, ma mi ha anche fatto riflettere sul senso del camminare – letteralmente e metaforicamente – sul valore dell'ascolto, sulla necessità di lasciar andare le persone che amiamo proprio per continuare ad amarle davvero.
Nella prima parte il personaggio di Zalone è un uomo ricco, sicuro di sé, abituato ad avere tutto sotto controllo. Vive nel lusso, è circondato da bellissime donne agi e comodità, si muove con l'arroganza di chi pensa che il denaro possa risolvere qualsiasi problema. È sfrenato nei suoi eccessi, convinto delle proprie ragioni, blindato nelle sue certezze. Poi arriva il Cammino. E qui avviene la trasformazione più potente del film: quest'uomo ricco e arrogante diventa improvvisamente umile, fragile, quasi spogliato di tutte le sue sicurezze materiali. Le scarpe costose lasciano il posto alle vesciche ai piedi, la sicurezza economica non conta più nulla di fronte alla fatica del camminare. Ho visto un personaggio letteralmente ridimensionato, reso vulnerabile dalla vita all'aria aperta, dalla semplicità del cammino, dall'incontro con persone che non si lasciano impressionare dal suo status sociale, come la suora (che si rivela alla fine del film) che diventa consigliera, amica e punto di riferimento per tutto il cammino.
Il Cammino di Santiago diventa qui una metafora potente della vita: non conta tanto arrivare alla meta, quanto quello che diventiamo lungo il percorso. E il rapporto tra padre e figlia è il cuore pulsante di questa storia, raccontato con una delicatezza che non mi aspettavo. Se cercate il Checco Zalone di sempre troverete le sue battute, il suo modo unico di guardare la realtà italiana. Ma troverete anche qualcosa di nuovo: un attore e un autore che non ha paura di crescere, di cambiare, di mostrarsi più vulnerabile. Ed è proprio questa evoluzione che rende il film, a mio parere, il suo lavoro migliore fino ad oggi.Consiglio la visione a chiunque abbia un rapporto complicato con i propri genitori o con i propri figli, a chi ha mai pensato di intraprendere un cammino per ritrovarsi, a chi cerca un film che sappia far ridere senza rinunciare a far pensare. Iniziare l'anno con questa storia è stato, per me, un piccolo dono inaspettato.
