Michele Centola ©redazione.org

Assisi, domenica 22 febbraio 2026 -  C'è un silenzio particolare, ad Assisi, quando il sole tramonta sulle colline umbre. Un silenzio che ieri, sabato 21 febbraio 2026, ha assunto un peso diverso da tutti gli altri. Perché alle ore 16:00, in quella Chiesa Inferiore che ha visto passare papi e pellegrini, re e mendicanti, è accaduto qualcosa che nessuno, in otto secoli, aveva mai potuto testimoniare: le spoglie di Francesco d'Assisi sono uscite dall'ombra del loro sarcofago di pietra per offrirsi allo sguardo del mondo.

Il Cardinale Ángel Fernández Artime ha presieduto la solenne celebrazione della traslazione, deponendo ai piedi dell'altare papale quello che la tradizione considera il corpo del Poverello per eccellenza. Non un reliquiario dorato, non un frammento. Il corpo. Quel corpo che nell'ottobre del 1226 cessò di respirare a Porziuncola, consumato da una vita vissuta senza risparmio.  Sarebbe disonesto ignorare che l'ostensione pubblica delle spoglie di un santo non è mai una decisione neutra. Attorno a questo momento storico, in effetti, si sono intrecciate posizioni diverse, animate da rispetto ma anche da interrogativi legittimi.

Da un lato c'è chi ha sollevato obiezioni di carattere spirituale e antropologico. Francesco fu il santo della povertà radicale, colui che chiese di essere sepolto con i derelitti, che rifiutò ogni forma di ostentazione persino nel momento estremo della morte. Esporre le sue spoglie come un'attrazione — anche devozionale — sembra, a una prima lettura, in contraddizione con il messaggio che lui stesso incarnò. C'è qualcosa di paradossale nell'idea che il Santo che fuggì la gloria mondana diventi oggetto di un evento pubblico e prolungato.

Dall'altro lato, tuttavia, la lettura cambia radicalmente se si adotta la prospettiva della comunità dei credenti. Le reliquie, nella tradizione cattolica, non sono "resti" nel senso materiale e laico del termine. Sono presenza. Sono la testimonianza visibile e tangibile che una vita santa ha attraversato la storia e continua a interpellarla. In questo senso, portare Francesco davanti agli occhi dei fedeli nell'anno del suo VIII Centenario non significa esibire un corpo: significa offrire un incontro. Significa dire, con un gesto che nessuna parola potrebbe sostituire, che Francesco vive.

E qui sta, forse, il cuore della questione. L'opportunità dell'ostensione non si misura in termini di spettacolo, ma di significato. Se questo momento aiuta anche una sola persona a interrogarsi sul senso della propria esistenza, sulla povertà come libertà, sulla fraternità come vocazione, allora il gesto ha già superato qualsiasi obiezione di principio. L'ostensione iniziata ieri è destinata a proseguire fino al 22 marzo 2026 non ha precedenti documentati. In otto secoli di storia francescana, le spoglie del santo sono rimaste custodite con gelosa discrezione, protette anche da motivazioni storiche comprensibili: nel Medioevo il timore che le reliquie venissero trafugate era reale e fondato. La stessa collocazione della tomba fu a lungo mantenuta segreta proprio per evitare profanazioni.

Oggi quel lungo periodo di protezione si trasforma in apertura. È come se la Basilica — monumento e luogo di culto, capolavoro dell'arte medievale e casa della preghiera — sciogliesse un nodo antico e dicesse al mondo: è il momento di condividere. Il contesto del Centenario amplifica ulteriormente il peso di questo gesto. Ottocento anni sono un arco di tempo che supera la comprensione immediata. Eppure Francesco è ancora qui, nella sua città di pietra rosa, ancora capace di muovere folle, ancora citato da chi non ha mai varcato la soglia di una chiesa, ancora invocato da chi cerca in lui un modello di sobrietà e cura del creato in un'epoca di crisi ambientale e diseguaglianze crescenti.

C'è una ragione in più per cui questa ostensione assume un significato che va oltre il rito religioso. Il mondo del 2026 assomiglia, per certi versi inquietanti, al mondo del 1226: fratture sociali profonde, conflitti che non trovano soluzione, un rapporto con la natura ridotto a sfruttamento, comunità che faticano a ritrovarsi attorno a valori condivisi. Francesco non propose soluzioni politiche. Propose una conversione dello sguardo. Guardare il lebbroso e vedere un fratello. Guardare il lupo e non vedere un nemico. Guardare la povertà e non vedere una vergogna ma una scelta. Portare le sue spoglie davanti agli occhi delle persone, in questo preciso momento storico, ha dunque anche una valenza simbolica che trascende la devozione: è un invito a fermarsi. A guardare. A chiedersi cosa stiamo inseguendo e cosa, invece, stiamo perdendo.

Era opportuno esporre le spoglie di San Francesco? La risposta, alla fine, non appartiene né ai teologi né ai giornalisti. Appartiene a chi, nelle prossime settimane, percorrerà la navata della Chiesa Inferiore con passo lento e si troverà davanti a quel silenzio antico. Se in quel momento sentirà qualcosa muoversi dentro di sé — una domanda, una commozione, un desiderio di vivere diversamente — allora la risposta sarà già scritta. Assisi ha aspettato otto secoli. Il mondo è arrivato.

 

Michele Centola

©direttore www.sanmarcoinlamis.org