di Michele Centola ©sanmarco.org
Mondiali, mercoledì 14 luglio 2026 - Ad Arlington, quando l'arbitro ha fischiato la fine di Francia-Spagna, le telecamere sono andate a cercare lui: compassato, quasi schivo, poco incline ai gesti plateali. Luis de la Fuente ha stretto le mani al suo staff, poi ha applaudito verso il settore dei tifosi spagnoli, senza mai perdere quella misura che lo accompagna da sempre. Il 2-0 alla Francia, firmato dal rigore di Mikel Oyarzabal e dal gol di Pedro Porro, vale la seconda finale mondiale della storia della Spagna, in programma domenica 19 luglio a New York. Ma a raccontare davvero questa notte non è soltanto il risultato: è l'uomo che l'ha costruita, un passo alla volta, in oltre vent'anni di lavoro quasi sempre lontano dai riflettori.
Perché la Spagna che ha steso i transalpini non è nata nel dicembre 2022, quando De la Fuente si è seduto per la prima volta sulla panchina della nazionale maggiore. È il punto di arrivo di un percorso cominciato molto prima, nei campi delle giovanili, fatto di categorie minori, settori giovanili e squadre riserve: la biografia di un tecnico che ha scelto la pazienza come metodo, in un calcio che di solito premia l'urgenza. Nato a Haro, in Rioja, nel 1961, De la Fuente ha smesso i panni del terzino cresciuto nella cantera dell'Athletic Club per intraprendere, dalla fine degli anni Novanta, un cammino tecnico costruito interamente dal basso: il Portugalete, l'Aurrera Vitoria, poi le giovanili del Siviglia tra il 2001 e il 2005, dove ha incrociato ragazzini destinati a diventare campioni come Sergio Ramos.
Il ritorno all'Athletic Club lo ha visto guidare prima il settore giovanile, poi il Bilbao Athletic, la squadra riserve, in due mandati separati. Una parentesi da primo allenatore all'Alavés, chiusa dopo pochi mesi, lo ha spinto lontano dai campi per un paio di stagioni: un momento di silenzio professionale che avrebbe potuto chiudere una carriera, e che invece l'ha rilanciata. Nel 2013, infatti, arriva la chiamata che cambia tutto: la federazione spagnola gli affida le selezioni giovanili. Da lì la scalata è progressiva e coerente, quasi un manuale di crescita graduale. Campione d'Europa Under 19 nel 2015, oro ai Giochi del Mediterraneo con l'Under 18 nel 2018, campione d'Europa Under 21 nel 2019, argento olimpico a Tokyo nel 2021. Nessuna scorciatoia, nessun salto di categoria bruciato: ogni fascia d'età è stata un laboratorio in cui De la Fuente ha imparato a conoscere, gestire e far crescere gli stessi calciatori che oggi, dieci anni dopo, compongono l'ossatura della nazionale maggiore.
Il tratto più interessante del lavoro di De la Fuente non è la somma dei trofei, ma la continuità dei volti. Diversi giocatori che oggi indossano la maglia della Roja lo hanno già conosciuto da selezionatore delle giovanili: è il caso di Mikel Oyarzabal e Unai Simon, protagonisti già nella vittoria Under 21 del 2019, così come di altri interpreti chiave del gruppo attuale. Pedro Porro, terzino destro esploso nelle ultime stagioni, e il giovanissimo Lamine Yamal, che a questo Mondiale sta riscrivendo record di precocità, rappresentano invece l'innesto più recente in un impianto di squadra che il commissario tecnico ha saputo aggiornare senza mai smontarlo. È questa la cifra del suo lavoro alla guida della nazionale maggiore: non un'invenzione dell'ultima ora, ma la naturale prosecuzione di un metodo già collaudato nelle giovanili. Da quando siede sulla panchina della Roja, la Spagna ha costruito un rendimento straordinario nei grandi tornei internazionali, alternando dominio del possesso a un'attitudine sempre più concreta sotto porta: la Nations League vinta nel 2023, il campionato d'Europa conquistato nel 2024 e ora una finale mondiale, raggiunta rimanendo fedele a un'idea di calcio riconoscibile, senza inseguire la moda del momento.
Un allenatore che non si è mai imposto con il carisma sopra le righe, ma con la coerenza di chi sa esattamente dove vuole arrivare, e con chi. Se la parabola spagnola racconta la forza della continuità, quella azzurra è lo specchio opposto. L'Italia non partecipa a una fase finale del Mondiale dal 2014, quando l'avventura in Brasile si chiuse al primo turno. Da allora sono arrivate tre esclusioni consecutive: quella dolorosissima del 2018 contro la Svezia, quella del 2022 contro la Macedonia del Nord, e infine quella di marzo 2026, quando la nazionale guidata da Gennaro Gattuso è stata eliminata ai rigori dalla Bosnia ed Erzegovina nella finale playoff di Zenica, dopo essere passata in vantaggio con un gol di Moise Kean. Un epilogo che è costato la panchina allo stesso Gattuso, sostituito ad interim da Silvio Baldini in attesa di un nuovo commissario tecnico. Dodici anni di distanza dal grande palcoscenico non sono un incidente isolato, ma il sintomo di un sistema che fatica a garantire ricambio, continuità di visione e un vivaio capace di rifornire con regolarità la nazionale maggiore.
È la differenza che salta agli occhi mettendo a confronto le due traiettorie: da una parte un tecnico lasciato libero di costruire un progetto pluriennale, sostenuto anche nei momenti meno appariscenti del lavoro con le giovanili fino a diventare il volto di un intero ciclo vincente; dall'altra un susseguirsi di commissari tecnici e di stagioni vissute nell'emergenza, senza il tempo e la struttura per lasciare crescere insieme un allenatore, i suoi giocatori e un'idea di gioco. Non è un discorso che riguarda solo il calcio giocato. È una questione di metodo, di pazienza e di fiducia nel lavoro di lungo periodo: qualità che la parabola di De la Fuente racchiude quasi per intero, e che l'Italia, ancora una volta, è chiamata a interrogarsi su come ricostruire. Il pallone, come spesso accade, si limita a mettere in scena verità più grandi di novanta minuti: e questa, forse, è la più semplice da capire, la più difficile da applicare.
di Michele Centola
direttore www.sanmarcoinlamis.org
