Nicola Maria Spagnoli

Roma, venerdì 21 ottobre 2016 -  Come dicevamo nell’ultimo articolo, Abdul Mati Klarlwein è L’artista che ha accompagnato sia Miles Davis che Carlos Santana nei loro più grandi successi, oltre agli Osibisa, agli Earth Wind & Fire e ad un’altra ventina di artisti ed una cinquantina di album e storici. Abbiamo parlato del disco di Miles Davis, Bitches Brew e quindi ora tocca a quello di Carlos Santana, ancora più celebre e naturalmente più venduto di quello di Davis, ma meno rivoluzionario.

 La sua arte, parliamo di Mati artista di origine polacca ed ebrea ma con un cuore decisamente africano, che era chiaramente ispirata a quella surrealista con venature fantastiche, è stata sempre apprezzata dagli illustratori di tutto il mondo che non hanno mancato di imitarlo, poco però dalla critica che ha preferito artisti più consistenti e meno compromessi con la musica, pop specialmente, come Ernst Fucks che pure fu maestro di Mati o il grande Dalì a cui si ispirò per parecchi suoi quadri nonché per la celebratissima copertina di Bitches. Ed eccoci a parlare di un altro suo quadro di quell’Annunziata che venne usata per la copertina celeberrima di Abraxas dei Santana anche se non faremo distinzione nell’articolo fra i Santana e Santana.

Partiamo dal nome del disco che se fosse gnostico-mitraico, sarebbe l’unione fra l’uomo e Dio, per i Persiani invece, fra bene e male. Oppure potrebbe essere l’Eone, il sommo creatore del mondo divino, mentre il Dio del vecchio testamento sarebbe il creatore del mondo terreno, il Demiurgo. Abraxas corrisponderebbe al primo dei 365 cieli, a cui tende l’uomo come anche racconta Hermann Hesse in Demian. Insomma un po’ di spiritualismo nel Santana degli esordi, e si vedrà anche dopo, non poteva mancare, a partire dal titolo di questo secondo album, quello esploso dopo Woodstock, il festival rock che gli aveva dato la notorietà internazionale, un disco che venne superato incredibilmente, nelle vendite, solo da quel Supernatural, infinitamente inferiore, di fine millennio, il disco che riesumò sia il nome del gruppo che naturalmente il nostro chitarrista.

 

Comunque già nel primo lavoro dei Santana un po’ di esoterismo tribale non mancava a partire dal lunghissimo Soul Sacrifice che più ritmato di così non si poteva, qui si aggiunge all’africanesimo dell’esordio anche un bel po’ di Sudamerica che col tempo poi prevarrà talmente fino a stancare un po’. Brani corti in Abraxas, senza assoli infiniti, tutti orecchiabili e ballabili che fecero gridare ad un miracolo di equilibrio e mettere d’accordo pubblico e critica (un po come poi successe in Italia con La voce del Padrone di Battiato!) fino a far inserire quest’album fra i migliori del secolo nelle riviste specializzate e il nostro chitarrista al ventesimo posto fra i più bravi di sempre (Rolling Stone!), oltre a far entrare l’intera compagine degli esordi nella Rock & Roll Hall of Fame, ma questo successe trent’anni dopo, quasi come nelle santificazioni cattoliche.

Ancora oggi chi non ricorda la dolcissima Samba pa ti o l’altra strumentale Incident at Neshabur ? Chi non ha amato la loro Black Magic Woman, che fra l’altro era un brano di Peter Green uscito come singolo dei Fleetwood mac un paio di anni prima e che con loro diventò un classico fra i classici? Chi non ha ballato al ritmo di Oye como va o di Se a cabo? Insomma un album da portare sull’isola deserta e con una copertina fra le più misteriose e sfarzose per quei tempi, con la riproduzione di un quadro di Abdul Mati Klarwein, il tedesco che amava l’africa come aveva ampiamente dimostrato, come dicevamo, con la cover di Bitches Brew. Solo che qui Santana scelse un dipinto già fatto di Mati fin dal 1961, si chiamava L’Annunziata ovvero L’Annunciazione e rappresentava, nelle figure centrali una donna che si sta appena svegliando, adagiata ma ancora in posizione semiseduta, su drappeggi esotici, nuda e nera e dall’enorme capigliatura nera con un angelo calvo, ma femmina, rossoblù e con grandi ali, anche queste una rossa e una blu, a cavalcioni su un tamburo africano volante che indica con l’indice un microscopico volatile azzurro nel cielo (lo Spirito Santo?).

Certo riuscire a capire l’enorme e variegata simbologia di tutti gli elementi presenti in questo quadro, che sarebbe stato bellissimo stampare anche più in grande, per esempio in un manifesto allegato, è quasi impossibile ma qualcosa di eclatante possiamo comunque evidenziarlo. La grande sfera in cielo che non è certamente un sole e poi che ci fa un tempio indù dietro i tre cantori africani bardati a festa e alla testa dell’omino occhialuto che pare occidentale e al tavolo imbandito, e ancora il tripudio di fiori e di colori dietro l’Annunziata e via dicendo e la colomba bianca in grembo?…Insomma un quadro carico zeppo di simbolismi, di significati e di elementi senza però essere eccessivamente pesante come certe altre realizzazioni dello stesso Mati e che si rifà alla più classica delle arti fantastiche, in questo caso più a Max Ernst che lo aveva introdotto allo studio dei fiamminghi e di Van Eyck in particolare.

Il nostro è memore anche delle Annunciazioni del Beato Angelico o dei ritratti ispirati a quelli di Fucks, ma non è lontano nemmeno, per fantasia mistica, dal mondo surreale di William Blake o da un simbolismo erotico presente nel cinema surrealista, in particolare in Bunuel. Questo quadro era il dirimpettaio di un altro con donna nuda di colore detta Nativity che l’artista, non nuovo a questi temi, aveva collocato insieme ad altri in una specie di cappella, il cosiddetto “Santuario Aleph” ispirato al celebre studiolo di Francesco I, capolavoro indiscusso del Manierismo toscano. Mati ha fatto, negli ultimi tempi della sua carriera (è morto nel 2002) anche ritratti per celebrità di tutto il mondo, per la Marylin Monroe, per J.F.Kennedy ed anche per Jimi Hendrix.

                                                                                                                                  a cura di Nicola Maria Spagnoli