di Luigi Ciavarella

San Marco in Lamis, giovedì 22 novembre 2018 -  Nonostante il primo disco risalga al 1967 la storia musicale di Stevie Winwood affonda le radice addirittura nel 1963 nel momento in cui si forma a Birmingham lo Spencer Davis Group, che prende il nome dal fondatore, il chitarrista  Spencer Davis, e che ruota intorno ai fratelli Muff e Stevie Winwood i quali, insieme al batterista Pete York, completano la formazione. Suonano principalmente blues, tra il canonico e qualche fuga in avanti, come molti altri gruppi del periodo d’altronde, ma la eccezionalità del loro sound (e il conseguente successo) è dovuto alla voce incredibile di Stevie Winwood, davvero straordinaria (oltre all’uso delle tastiere).

 Dopo il successo di Gimme Some Lovin’ e I’m A Man (gli epocali hits che smuovono le classifiche di mezzo mondo, Italia compresa) Stevie Winwood lascia Spencer Davis al culmine del successo per formare una propria band: i Traffic insieme a Jim Capaldi, il fedele batterista, Dave Mason, il capriccioso chitarrista e Chris Wood ai fiati. La formazione trova subito ospitalità presso la Island Records del giovane rampollo della borghesia inglese Chris Blackwell, proprietario dell’ insolita etichetta fondata in Giamaica a fine anni ’50 inizialmente per diffondere in verbo reggae. Debuttano subito con un capolavoro dal titolo Mr.Fantasy che possiede contenuti psichedelici, peraltro molto diffusi nell’Inghilterra di quell’anno (siamo nel fatidico 1967), accanto a temi folk pop di bella scrittura.

Da Coloured Rain a Heaven Is In Your Mind passando per No Face No Name No Number, che avrà anche una versione italiana da parte dell’ Equipe 84, l’album si fa apprezzare ovunque. Il brano più noto è lo splendido Mr.Fantasy che da solo vale l’acquisto dell’album. Con il secondo disco (dal titolo omonimo, 1968) si produce una frattura tra Winwood e Mason a causa di alcune divergenze artistiche. Tuttavia nonostante ciò il risultato è ugualmente ottimo. Anche se meno lisergico del precedente (nel 68 sta già scemando l’interesse per la psichedelia) l’album si fa valere per alcuni titoli che diventeranno presto dei classici. Prima fra tutti  Feelin’ Alright – scritta da Mason prima dell’abbandono - seguito da Pearl Queen e 40.000 Headmen.

Quando  nel 1969 Stevie Winwood partecipa al progetto Blind Faith con Eric Clapton, Ginger Baker e Rich Greach, la Island, per sopperire allo scioglimento della band, emette sul mercato Last Exit, il terzo lavoro, che contiene brani live presi dal Fillmore West e scarti di studio. Il supergruppo tuttavia durerà lo spazio di un solo album dopodiché l’enfant prodige del rock inglese ricompatterà la formazione (senza Mason) per pubblicare John Barleycorn Must Die, inizialmente un lavoro solistico, che si rivela subito un capolavoro assoluto non soltanto nella discografia della band ma dell’intero rock inglese del periodo. La contaminazione tra folk, jazz e certo progressive fanno del disco una pietra miliare del rock. Oltre al brano omonimo si fanno notare anche Glad, Freedom Rider, Empty Pages, brani che si aggiungono alla lista dei classici .

Dopo quel disco epocale i Traffic allentano la tensione con un disco live, Welcome To The Canteen, con il quale allargano la formazione ai nuovi arrivati Reeebop Kwaku-Baah e al batterista Jim Gordon, oltre ad accogliere temporaneamente Dave Mason.  Dal successivo The Low Spark Of High-Heeled Boys, con lunghi brani impegnativi, e il seguente Shoot Out At The Fantasy Factory , nel 1973, - con i quali ottengono un sorprendente successo negli USA – i Traffic chiudono la loro storia con l’ultimo sussulto discografico, When The Eagle Flies, nel 1974 (un po’ sottotono in verità). In ultimo anche un buon live, On The Road, pubblicato l’anno precedente, che è il resoconto di un lungo trionfale tour effettuato in Germania.

 

a cura di Luigi Ciavarella