Michele Centola redazione.org

San Marco in Lamis, giovedì 3 settembre 2026 -  Prima delle console e degli smartphone, l'infanzia dei ragazzi di paese aveva un suono ben preciso: quello metallico e scrosciante dei cuscinetti a sfera che correvano sull'asfalto delle discese. Era il rumore della "carruzzedda" il carretto artigianale che generazioni di bambini del Gargano e San Marco in Lamis, hanno costruito con le proprie mani, arrangiando materiali di recupero e un pizzico di ingegno. Non esisteva un modello unico: ogni carruzzedda portava la firma di chi l'aveva assemblata. C'era chi la voleva bassa e allungata per guadagnare velocità, chi preferiva una struttura più robusta per affrontare le buche senza sfasciarsi al primo urto.

Il telaio era quasi sempre ricavato da assi di legno recuperate da cassette della frutta o scarti di falegnameria, tenute insieme con chiodi, corde o fil di ferro. Al posto delle ruote, tre/quattro (dipendeva del modello) cuscinetti a sfera presi da vecchi meccanismi dismessi: motorini rotti, elettrodomestici in disuso, biciclette non più utilizzabili. Chi aveva la fortuna di trovarne di grandi otteneva una corsa più scorrevole; chi si accontentava di cuscinetti piccoli sapeva che il viaggio sarebbe stato più rumoroso e traballante.

La caratteristica che rendeva la carruzzedda diversa da qualsiasi altro giocattolo dell'epoca era l'assenza totale di un sistema di spinta. Nessun pedale, nessuna leva, nessun motore: l'unica forza motrice era la pendenza della strada. Per questo le vie in discesa del paese diventavano, nei pomeriggi liberi da scuola, vere e proprie piste di gara. Bastava un tratto di strada sufficientemente ripido e libero dal traffico perché si formasse una piccola folla di ragazzini pronti a sfidarsi, spingendo il carretto qualche metro con le mani o con l'aiuto di un compagno prima di lasciarsi scivolare a valle, seduti o accovacciati sull'asse di legno, con piedi e mani puntati sul timone anteriore snodabile con un unico cuscinetto per guidare la direzione.

La gara, nella sua forma più semplice, non prevedeva regole scritte: vinceva chi tagliava per primo il traguardo immaginario in fondo alla via, spesso segnato solo da un incrocio o da un muretto. Non mancavano le cadute, gli sbucciamenti di ginocchia e le corse improvvise a bordo strada per schivare un'auto sopraggiunta all'improvviso, ma proprio questi piccoli rischi facevano parte del fascino del gioco. Era un'epoca in cui la strada di paese apparteneva ancora, per qualche ora al giorno, ai bambini.

Costruire una carruzzedda era anche un piccolo rito di passaggio. Spesso si imparava osservando i ragazzi più grandi, che tramandavano ai più piccoli i trucchi per fissare meglio i cuscinetti o per rinforzare lo sterzo. Chi non aveva a disposizione un adulto disponibile ad aiutare con martello e chiodi si arrangiava da solo, magari copiando il modello del vicino di casa o di un cugino più esperto. Il risultato non era mai perfetto, ma era interamente proprio: costruito, riparato e reinventato più volte nel corso di un'estate.

Oggi la carruzzedda sopravvive soprattutto nel ricordo di chi ha vissuto quegli anni, quando il divertimento non si comprava in un negozio ma si costruiva con le mani, riciclando ciò che altri avrebbero buttato. Un pezzo di memoria popolare che racconta, meglio di tante altre cose, come si giocava a San Marco in Lamis prima che i giochi diventassero oggetti da acquistare anziché da inventare.

 

di Michele Centola

direttore www.sanmarcoinlamis.org