Antonio Del Vecchio

Rignano Garganico, lunedì 12 dicembre 2022 -  Domenica, 30 maggio 1956, fu una giornata memorabile per me e gli altri colleghi di probandato, a Montenero. Lo fu per via della tredicesima tappa del Giro d’Italia, Grosseto – Livorno (il trentanovesimo della serie), vinta il giorno prima e festeggiata in pompa magna da Pietro Nascimbene della Coppi – Carpano.

Ci avvisò in refettorio, la sera stessa della conclusione della tappa, il padre maestro don Giuseppe Zambernardi, dicendoci: “Ragazzi, domani i ciclisti del giro d’Italia, saranno nostri ospiti nel Santuario, in segno di devozione per la nostra Madonna, patrona della Toscana. Assisteranno alla Santa Messa Pontificale. Sarà presieduta per l’occasione dal nostro abate Don Alfonso Salvini. Mettetevi in ghingheri!”, aggiunse con accenti paterni e il sorriso ironico: “Sarete felici ed onorati di fare la conoscenza di ciclisti nazionali e stranieri tra i più famosi in Italia e nel mondo”.

Fummo sorpresi per l’annuncio e a primo colpo zittimmo, poi ci lasciammo andare nel tirare fuori tutto il nostro sapere sul tema e sui protagonisti. A quel tempo il ciclismo era alla pari del calcio, forse anche di più. Uno sport nazionale, di cui non si poteva assolutamente fare a meno. Accendeva in noi, sin dalle prime battute, la fantasia per la mobilità e la fatica nel praticarlo. Sport riservato solitamente ai più forti e muscolosi.

La nostra conoscenza dei campioni e delle corse era limitatissima. Per lo più appresa dai quotidiani sportivi, riviste ma soprattutto dai giornali -radio. La televisione era ancora ai primi passi di prova e di tecnica. Trasmetteva unicamente in bianco e nero. Si svilupperà a pieno regime solo nel quinquennio successivo. L’altro mezzo di comunicazione a portata di mano, di non poca efficacia, antico quanto il mondo, era il passa-parola. Talvolta, bastava, fra noi, la presenza di un solo patito di un determinato sport per imparare ed informarci.

In mezzo a noi, al momento, ve n’era uno esterno. Era il congiunto del nostro vice maestro, giovane aitante, venuto da Firenze per trascorrere alcune settimane di vacanza con lo zio ed anche per essere consigliato e guidato nella scelta degli studi universitari da intraprendere. L’anno precedente aveva acquisito la maturità, ma, si era lasciato andare in passa – tempi. Il fiorentino era un patito lettore della Nazione e del Corriere della Sera. Sapeva di tutto e di più su ogni argomento, specie di tipo sportivo. Fu lui a farci scuola di ciclismo, fornendoci precise notizie sui corridori in visita.

Di Fiorenzo Magni era tifoso accanito, come pure di Bartali e di Coppi, rivelandoci persino i segreti personali di ognuno. Su Coppi scherzava raccontando di un’amante che lo seguiva passo passo, soprannominata “la dama bianca”. Intanto, ci informò che il grande campione, ormai trentaseienne, avrebbe disertato la Santa Messa, perché si era ritirato alla sesta tappa in conseguenza di una caduta rovinosa.

“Non temete!”, ci disse, quando gli ospiti si tratterranno nel sagrato, cercherò di farveli conoscere e presentare. Finita la cena, tra chiacchiere e rivelazioni, emozionati per le novità apprese, dopo la ricreazione serale, ci ritirammo tutti in camerata. Emozionati, ci coricammo per dormire. Anzi, le nostre menti in fermento ci indussero a sognare personaggi ed incontri che ci sarebbero capitati il giorno successivo.

Zambernardi, dal canto suo, aveva chiamato a rapporto tutti i decani e i ragazzi più grandi che avrebbero seguito le varie fasi del pontificale. Noi più piccoli, avremmo continuato a fare le “voci bianche” nel coro di destra, guidati ed accompagnati dal grande don Marco; all’organo, il nostro “filo-americano” di lingua e di fatto, di cui si dirà. Da lì, non visti, avremmo comunque potuto seguire con attenzione gli attesi eventi della giornata.

Per andare all’organo, c’era una ripida e super tortuosa scala a chiocciola. Collegava con i nostri ambienti collegiali del piano superiore. Abilissimi nel percorrerla. Si saliva e scendeva in quattro e quattro otto. Tant’è che una volta, un nostro piccolo e malandato compagno, di cognome “Isotto”, pare di origine campana, vi rotolò giù come un pallone di carta, rompendosi per davvero l’osso del collo. La disastrosa caduta lo spinse a rimanere immobile per diverso tempo.

Alle 11,00 iniziò il Pontificale. La chiesa era stracolma di fedeli come non mai. Erano presenti tutti gli addetti ai lavori: corridori, maestranze, organizzatori, nonché le autorità livornesi, a cominciare da quelle amministrative.

Don Alfonso, con voce chiara e fare sbrigativo, guidava le fasi salienti della liturgia. Accompagnata dai nostri canti corali, in latino come la Santa Messa e dalle note calde e solenni dell’organo. Quasi tutti i corridori si avvicinarono all’altare con contrizione per consumare la Santa Comunione. Personalmente ne avevo individuato ben pochi, indicati qui e là dal nipote saputello del nostro vice- padre maestro.

Mentre sull’altare Don Alfonso metteva a posto le sue cose, capitò un fatto strano e divertente. Ancora oggi mi fa teneramente sorridere. Durante il sacro rito, tardando il Cerimoniere a porgere e sistemare lo zucchetto, don Alfonso, l’anzidetto celebrante principale, lo prese bruscamente con le sue mani e se lo sistemò in testa come niente fosse. Particolare che notammo solo noi collegiali al riparo dalla vista dei devoti, dall’alto del presbiterio. Ben conoscendoLo, ci ridemmo sopra.

Finita la S.Messa, scendemmo anche noi in piazza, e lì, accompagnati dalla nostra guida, conoscemmo man mano quasi tutti i protagonisti del giro: Fra questi nomi importanti come: Pietro NascimbeneGastone Nencini, Aldo Moser, Pierino Baffi, Pasquale Fornara, Charly Gaul (futuro vincitore del giro), Bahamontes.

Mi colpì soprattutto Fiorenzo Magni (secondo al Giro dopo Gaul). Con lui scambiammo subito delle confidenze sia sul nostro status di collegiali, sia sulle sue virtù d’ atleta. Era un puro toscano, originario di Prato. Ci sentimmo gratificati e soddisfatti. Seguimmo le sue sorti in ogni giro, specie dopo l’avvento della TV.

Per tutta la mattinata, il fotografo di piazza fu impegnatissimo, dimenandosi nel suo lavoro. Non a caso trascurò ed eluse più volte la nostra insistente richiesta di essere fotografati con i nostri beniamini. Pertanto, di questo evento, nessuno di noi possiede una testimonianza visiva, una prova, se non quella della memoria. Per diversi giorni il giro e i suoi protagonisti fu l’argomento della nostra cronaca quotidiana, fin quando non venne sostituito da nuove avventure e fatti. Non mancavano mai nella vita quotidiana dell’importante Santuario di Montenero. Si dipanavano giorno per giorno, stagioni dopo stagioni nella vita intensa della comunità e del luogo.

Per un certo tempo si parlò anche di una presunta visita in forma privata, compiuta segretamente dal neo eletto Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi e dalla moglie Carla. Entrambi assai devoti alla patrona della Toscana. L’alta carica dello Stato era un toscano puro sangue, nativo di Pontedera. Per di più gli era stata conferita nel luglio del 1955, anno della sua elezione, la cittadinanza onoraria Livornese.

 Qui il futuro Presidente vi aveva trascorso larga parte della sua adolescenza e gioventù. Ospite di parenti, tenne a studenti indigeni lezioni di dopo scuola, per mantenersi agli studi. Pertanto, era cresciuto impastato nella cultura e religiosità di questa terra.

Secondo diffusi racconti d’allora, pare fosse arrivato con la consorte e pochi intimi a Montenero​, di buon mattino per partecipare alla liturgia della prima Santa Messa del giorno. Con la stessa discrezione dell’arrivo, ripartirono dopo aver fatto promettere ai monaci di mantenere il segreto.

Tra questi di certo c’era anche Zambernardi che della vita mondana e secolare del monastero sapeva, manovrava e ne gestiva ogni cosa. Quando qualcuno cercava di farlo parlare nel merito, egli si scherniva e cambiava discorso come si trattasse di storie, di avvenimenti fuori luogo e di poca importanza. Si comportò in ugual modo anche con noi ragazzi, nonostante il mondo di bene che ci volesse e le meticolose attenzioni che ci riservava per la nostra formazione educativa.

Insomma, l’ipotetica​ vicenda è a tutt’oggi un dilemma. Ci perseguita, ci lascia sconcertati, ci incuriosisce, nonostante viviamo nell’ era informatica e digitale, dove di ognuno vivo o morto che sia si sa ogni cosa nell’immediato. Certo non hanno il fascino delle storie affidate solo alla memoria, alla ragione, a deduzioni infarinate di emozioni legati all’età, alle vicissitudini dei tempi reali e di quelli vissuti.

 

N.B. La foto di copertina “Mucche podoliche al pascolo nei pressi di Rignano” è dell’artista garganica, Anna Piano. La stessa ha espresso sul tema il commento che segue: …Il racconto svela la vita dei tanti ragazzi del probandato. Numerosi nei nostri paesi, soprattutto negli anni passati. Credo che noi lettori siamo fortunati nell’avere a disposizione racconti avvincenti ed interessanti. Essi insegnano a vedere il mondo e la vita con sana curiosità e spirito positivo…”