Mario Ciro Ciavarella

San Marco in Lamis, venerdì 30 settembre 2016 -  “In tema di narcotraffico, io sono il meno indicato per giudicare, però il padrone pagava i contadini per raccogliere la pasta di coca, ne pagava altri perché lavorassero nei laboratori e pagava anche i piloti per portarla negli Stati Uniti. Alla fine dei conti, fabbricava un prodotto clandestinamente e lo vendeva a gente che lo chiedeva, nessuno veniva obbligato, no? Non lo rubava a nessuno.

 D'altra parte, i politici vengono eletti e rubano il denaro al popolo, alzando le tasse  a una madre che compra il latte per i suoi figli. Quindi, chi è il peggiore eticamente? Per quanto riguarda i morti, era in guerra contro lo Stato per un motivo nazionalista, perché i cittadini colombiani non venissero estradati negli Stati Uniti. E in guerra la gente muore. Anche Bush per il petrolio uccise centinaia di migliaia di persone. Lui non è cattivo?”

 Questa straordinaria dichiarazione è stata fatta da Diego Maradona. Rilasciata nel 1991, quando seppe di aver giocato su invito di Pablo Escobar. Partita disputata in un… carcere!!?? un carcere sicuramente per tutti gli altri che erano lì reclusi, ma non per il boss dei narcotrafficanti.

 L’imperatore della cocaina, Escobar, è stato anche un importante protagonista del calcio sudamericano, costruendo stadi in Colombia e finanziando squadre di calcio, la più importante l’Atletico Nacional di Medellin. Prima squadra colombiana a vincere la Coppa dei Campioni del sud America.

 Ma cosa c’entra Maradona con Escobar? La storia è strana e molto interessante. Nel 1991 Maradona era fermo per essere risultato positivo alla cocaina, in quel periodo venne contattato dal suo agente Guillermo Coppola, il quale lo invitò ad esibirsi in un incontro di calcio amichevole.

 Presente anche in quella compagine il portiere Renè Higuita. Maradona appena arrivato a destinazione per quell’amichevole a Medellin, venne prelevato da alcune presone e portato… in carcere. Il campione argentino capì che la sua assunzione di droga, di alcuni anni prima, si stava trasformando in una detenzione vera e propria, e quindi non solo come stop calcistico.

 Maradona si ritrovò a “La Catedral” (che non è una chiesa) ma era il “carcere” personale di Escobar. E infatti non sembrava una prigione, ma un hotel a 5 stelle. All’interno del carcere-albergo c’era un campo da calcio, le squadre erano composte dagli uomini di Escobar e l’altra da Maradona, Higuita ed altri calciatori professionisti.

 In pratica era una partita chiusa. Nel senso che si disputava al chiuso di tutto e di tutti. Senza pubblico, senza telecamere, senza amici che potessero fare il tifo, senza spalti, senza ordine pubblico (e che stava a fare?? c’era il boss come garanzia!!), a bordo campo solo Escobar e qualche amico di fiducia.

 Maradona disse che capì dove era capitato solo… alla fine della partita, e anche perché aveva giocato lì. E seppe sempre dopo, chi fosse quella persona che commissionò quell’incontro di calcio (gli dobbiamo credere?) Il giocatore argentino giurò di non aver mai visto prima Pablo Escobar, né in tv e nemmeno sui giornali.

 Quella partita (rin)chiusa tra le quattro mura di un carcere, fece capire che il male a volte fa anche del “bene”: come dicevamo all’inizio dell’articolo, provocando migliaia di morti (con la droga) vengono nutrite persone buone e giuste (i lavoratori del boss). Escobar con il suo modo di fare malavitoso, comunque, dette da vivere al suo popolo. Questo in sintesi il Maradona-pensiero dopo quell’amicizia tra i due.

 La “partita chiusa” di quel giorno, sul campo personale del carcere anch’esso personale di Escobar, non lo fu per Maradona. Un uomo (Escobar), che come lui, aveva dato tanto al suo popolo, non ricevette altrettanto dal resto del mondo.

 Le opinioni su questioni di bontà e cattiveria a volte sono molto soggettive. (E chi potrà mai metterci una parola defintiva…)

 

 

                                                       Mario Ciro Ciavarella