Mario Ciro Ciavarella

San Marco in Lamis, domenica 28  maggio -  Le vite degli altri esistono poiché esistono “altri altri”. Che raccontano vissuti e viventi. E raccontano passi fatti e quelli non fatti. E raccontano immagini in movimento per collocarle nella memoria di tanti. Le vite degli altri ci dicono che non siamo soli, ma viviamo con altra gente che conosce “altra gente”, un insieme di mondo conosciuto. Sempre lì, pronto a vivere da un momento all’altro. Le vite degli altri ci appartengono quando vediamo in esse, memorie e foto scattate in istanti che ricordiamo di aver fatto. Istanti e istantanee: messi insieme imprimono nella memoria quello che è stato vissuto e che nessuno dimenticherà.

  Vivian Maier ha vissuto le vite degli altri, anche se per pochi istanti: il tempo di scattare delle foto. E lì dentro ci sono le persone immortalate e i loro passi, fermi in quei posti dove sono stati bloccati dal “clic” della sua  macchina fotografica.

 Centomila (100.000) foto scattate, anche qualcosa di più. Il tutto impresso su pellicole, che nemmeno lei, l’autrice di queste foto, ha mai  visto. La fotografa “di strada” Vivian Maier scattava ma non sviluppava. Le vite degli altri raccontate dalla Maier forse non sono mai nate, per lei.  Ma sono rimaste nella mente dell’autrice, che avrà ricordato per sempre le pose delle “vite che passavano davanti al suo obiettivo”.

 Ma sono rimaste lì, sui negativi, fino al 2007 quando per caso un figlio di un rigattiere, John Maloof, comprò in blocco per 380 dollari, in un'asta, il contenuto di un box zeppo degli oggetti più disparati, tra cui centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare.

 Alla fine, da quei negativi da sviluppare uscirono qualcosa come  100.000 foto. Una montagna di negativi dentro i quali si nascondeva un tesoro che nessuno poteva mai sospettare!!   

 Vivian Maier faceva la bambinaia. Nacque a New York nel 1926 e morì a Chicago nel 2009. Per scattare le sue immagini, utilizzava una macchina fotografica Rolleiflex e un apparecchio Leica IIIc. Posizionata non all’altezza del viso, ma del petto (come si vede nella foto) per non far insospettire “i modelli”. Non fotografava solo persone, ma anche monumenti che vengono demoliti. Associava la caducità della vita a quella della caduta delle abitazioni.

 Fotografava tutti!! Tutti quelli che gli passavano “sui piedi”. In Italia  questa storia è stata divulgata dallo scrittore Alessandro Baricco, il quale non credette subito a questa vicenda che giungeva dall’America.  

 Il fatto strano è che Maier non sviluppò nemmeno una delle sue foto. Nemmeno una!! In pratica non sapeva nemmeno il risultato del suo lavoro, non sapeva che lasciava ai posteri dei capolavori. Non sapeva che lasciava al futuro le vite degli altri fermati in un istante. Vite raccontate in un fotogramma.  

 Se volete (anzi dovete!!) vedere le sue opere, basta andare sul sito ufficiale della fotografa e rimarrete sbalorditi dalla nitidezza e bellezza dei suoi scatti.

 Potrete vedere: bambini che giocano in strada con una corda/donne appoggiate ad un muro in attesa di un autobus/soggetti ripresi in auto con il riflesso del vetro/bambini che piangono attaccati ai pantaloni del genitore/vagabondi che dormono su una spiaggia/gente che cammina  “una contro l’altra”/operai che guardano il sole/storpi che si sorreggono al bastone/ragazze in bicicletta/gente appoggiata alla ringhiera/marinai illuminati dai grandi finestroni di una stazione ferroviaria/ritratti di donne bellissime, ritratti di uomini brutti (anche il contrario)/gente che si dispera/gente che evita l’obiettivo/bambini che dormono/… e tanti suoi autoritratti.

 Sembra una lunghissima sequenza di un film. Anche se il tutto è stato scattato su pellicole fotografiche e non cinematografiche. Mettendo in un ordine cronologico tutte queste fotografie di Vivian Maier, potremmo avere idealmente la Storia dell’Uomo.

 Dal Primo Uomo fino all’ultimo immortalato in queste foto. E potremmo vivere le vite di tutta l’umanità. La vite degli altri sono anche nostre. Perché sappiamo come iniziano, e anche come finiscono.

 

Sound Track: “Time” - Pink Floyd

 

Mario Ciro Ciavarella